DA SCOPRIRE
Gli orizzonti si allargano

Le tecnologie digitali hanno aperto scenari impensabili fino a una ventina danni fa; hanno consentito non solo lo svolgimento di alcune attività lavorative da remoto; ma anche la nascita di professioni legate ai social media che su queste tecnologie si basano. Anche il mondo dell’arte è stato investito da questa ondata: musei e gallerie sono visitabili online attraverso siti internet; artisti hanno aperto profili social per informare sulla propria ricerca; il mercato dell’arte online è in costante crescita.
Ma se le attività tradizionali si sono adattate a sfruttare le nuove tecnologie, esistono attività germogliate proprio grazie a queste. Nate per passione, si sono trasformate, per alcuni, in vere e proprie professioni.
Abbiamo incontrato Elisabetta Roncati, titolare di Art Nomade Milan, blog che dal 2018 si occupa di eventi artistici e culturali. Elisabetta non è solo una blogger, ma anche una consulente specializzata, soprattutto in arte islamica e africana, e ci racconta di una realtà in cui la giornata tipo non è diversa da quella di un libero professionista.
Elisabetta comincia «rispondendo alle email, telefonando ai clienti (collezionisti ed istituzioni), sviluppando i progetti che via via si delineano». La divulgazione tramite i canali social «avviene in contemporanea al resto. Non esiste un decalogo esclusivamente rivolto a tale attività. Serve di sicuro la capacità di saper integrare… controllo l’andamento delle piattaforme online, effettuo una sorta di rassegna stampa per estrapolare le notizie culturali più interessanti e inizio a divulgarle sui miei spazi digitali. Ci sono delle scadenze fisse nell’arco della giornata in cui mi collego alle piattaforme che dipendono dagli orari di maggior connessione del pubblico. Comprendo che possa sembrare bizzarro, ma la divulgazione digitale ha una buona componente di analisi, essenziale per la costituzione di un vero calendario editoriale».
Fondamentale, in queste professioni che fanno della presenza il loro punto di forza, è «intessere relazioni» con la community e «mantenerle» attraverso un’informazione sempre verificata: «Prediligo prendere le notizie alla fonte (istituzioni, gallerie, musei…)»; ma non sono da trascurare «le testate giornalistiche, versione cartacea e non, più accreditate. Solo chi è costante, qualificato e aggiornato lascia davvero il segno».
Servono inoltre empatia, dialettica e sorriso per entrare in sintonia con l’utenza e «rendere intensa la comunicazione». Artisti, curatori, art advisorsono solo alcuni dei soggetti con cui anche chi decide di dedicarsi a un’attività che fa perno costitutivo sulla propria persona deve confrontarsi.
L’ambito della divulgazione digitale «è un ambito prettamente femminile... Fortunatamente, avendo una mia chiara professionalità, riesco a differenziarmi. Purtroppo serpeggia l’idea che ciò che passa attraverso tali canali sia di minor valore rispetto ad altri mezzi. Servirebbe davvero un profondo cambio di mentalità» che potrebbe essere favorito dalle «varie chiusure che hanno imposto anche ai più restii un confronto con gli strumenti del web».
Sono attività che richiedono serietà e dedizione costante, il cui fulcro è appunto il lavoratore stesso e la sua presenza mediatica. «Chi si occupa di divulgazione digitale in prima persona, vive in una sorta di Grande Fratello: alla fine la condivisione è parte integrante della tua vita. I confini tra privacy ed esposizione si assottigliano molto. L’importante è esserne coscienti: io l’ho scelto e mi reputo molto fortunata… Ammetto che, a volte, arrivo ad una sorta di burn out: quasi una nausea. Smetto, mi rivolgo ad altro e poi riprendo».
Queste attività professionali si alimentano delle passioni del lavoratore e fanno delle sue personali conoscenze i loro strumenti. Che l’hobby diventi professione sembra svelare il segreto per una soddisfazione priva del peso del quotidiano: si guadagna facendo ciò che piace. Ma che la persona del lavoratore sia l’alfa e l’omega del proprio fare nasconde un’insidia: l’eliminazione di ogni scissione tra tempo produttivo e tempo improduttivo, tra tempo del lavoro e tempo del sé. In uno scenario come questo il lavoro coincide senza resti con l’intera esistenza, e il peso del quotidiano viene meno solo perché la sua intensità è costante 24 ore 24, 7 giorni su 7.
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