CASO LETTERARIO
Caccia al dottor Zivago: un intrigo internazionale
A Mosca l’autore Boris Pasternak viene emarginato, ma nel 1958 vince il Nobel

23 novembre 1957, Hotel Continental, Milano. Dell’evento se ne parla in tutto il mondo: è la presentazione in anteprima assoluta de Il Dottor Zivago, il caso letterario dell’anno. Eppure, c’è qualcosa di strano: la prima edizione del romanzo è in italiano, e non in russo, e l’autore è assente.
Boris Pasternak infatti non esce, o non può uscire, dall’Unione Sovietica. Nato nel 1890, figlio di un pittore e di una pianista, è probabilmente il maggior poeta russo vivente. Negli anni Trenta si anche è dedicato alle traduzioni: sono sue le opere di Shakespeare e Goethe pubblicate in cirillico.
Dopo la guerra ha iniziato a scrivere il suo primo romanzo, e lo ha terminato nel 1955: Il dottor Zivago, appunto. Narra della struggente storia d’amore tra il giovane medico Yuri Zivago e la crocerossina Lara, sullo sfondo della Rivoluzione russa. Un romanzo meraviglioso, con una prosa potente e suggestiva. Per molti, però, il libro critica il “realismo socialista”, così è stato bollato come “controrivoluzionario” e in Patria si sono rifiutati di pubblicarlo.
Da qui, allora, inizia un’altra storia. Il giornalista Sergio D’Angelo lavora a Radio Mosca ed è anche lo “scout” di Giangiacomo Feltrinelli, che da poco - nel 1954 - ha aperto la sua Casa Editrice. Venuto a conoscenza del libro, D’Angelo contatta Pasternak e ottiene i diritti per la pubblicazione. Il 20 maggio 1956 nella sua dacia a Peredelkino vicino a Mosca, in gran segreto Pasternak gli consegna il dattiloscritto originale, avvolto in un impermeabile legato con una cordicella. Sa cosa rischia: “siete fin d’ora invitati alla mia fucilazione”, dice.
Il libro arriva in Italia e scoppia un caso internazionale. Pasternak conosce il Kgb ma è riuscito ad avvertire Feltrinelli con un messaggio scritto sulla carta di un pacchetto di sigarette: le lettere vere sono in francese, quelle in russo sono estorte, quindi non rispecchiano la sua volontà. E così accade: sotto pesanti minacce e pressioni delle autorità sovietiche scrive a Feltrinelli in russo chiedendogli la restituzione del manoscritto, ma in francese lo esorta a pubblicare. Geniale.
Interviene anche Palmiro Togliatti: Feltrinelli è iscritto al partito e la sua fede comunista non si discute. Niente da fare, l’editore tira dritto. Il libro è pronto nel 1957: 12 mila copie vendute in pochi giorni, poi ristampe fino a oltre tre milioni. Un successo enorme, trainato anche dal film del 1965 con Omar Sharif e Julie Christie.
Non è finita. La “Guerra Fredda” è anche una battaglia culturale, e per la Cia Il dottor Zivago “è una sfida fondamentale all’etica sovietica del sacrificio dell’individuo al sistema comunista”. Insomma, un’arma di propaganda formidabile, lesiva dell’immagine dell’Urss: bisogna pubblicarlo in russo, e introdurlo di contrabbando in Unione Sovietica. Parte quindi la caccia al manoscritto. Secondo alcuni lo rintracciano i servizi inglesi, l’MI-6: un aereo sul quale viaggia Feltrinelli viene bloccato a Malta per un paio d’ore, con una scusa. Di nascosto, allora, gli agenti della Cia entrano nella stiva, aprono una valigia, fotografano il plico e lo rimettono al suo posto. Meglio di un film di James Bond. Con la supervisione della Cia, per depistare i sospetti la prima edizione in russo viene lanciata alla Esposizione Universale di Bruxelles nel 1958, nel padiglione della Città del Vaticano.
Il romanzo va a ruba e i cestini della spazzatura sono ricolmi di copertine: i lettori russi le strappano per nascondere più facilmente il libro. Nel frattempo, a Mosca Pasternak non viene fucilato, ma emarginato e bollato come “traditore”. Ma nello stesso 1958 vince addirittura il Nobel per la letteratura. Deve però rifiutarlo: se si reca a Stoccolma non potrà più rientrare in Patria.
In Unione Sovietica il librò uscì solo nel 1988, non per caso durante la perestrojka di Michail Gorbaciov: si chiuse così uno tra i più intriganti capitoli della Guerra Fredda. Pasternak era morto nel 1960: fu il figlio Evgenij a ritirare il premio a Stoccolma, con 31 anni di ritardo.
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