L’ADESIONE
Donne e diritti: in Islanda serve scioperare
Il genere femminile in piazza contro divario salariale e violenza: presente anche la premier Jakobsdottir

Per far sentire la propria voce e vedere riconosciuti i propri diritti, hanno dovuto incrociare le braccia - nel senso letterale del termine - e scendere in piazza. Martedì 24 ottobre in Islanda c’è stato uno sciopero generale: a manifestare non sono stati categorie professionali, sigle sindacali o lavoratori di una particolare azienda, bensì le donne.
Proprio così: il genere femminile nel senso più ampio e trasversale del termine, senza distinzioni di età, religione, orientamento sessuale o professione. Per ventiquattro ore in tutta l’isola la maggior parte delle donne non ha messo piede in ufficio o a scuola, non ha guidato un mezzo di trasporto pubblico, né cucinato in casa o servito ai tavoli di un ristorante, né indossato la divisa per il turno di servizio, e neppure portato i figli a scuola.
Le immagini arrivate da Reykjavik e dintorni hanno lasciato poco spazio sul livello di adesione: all’ora di punta, le strade erano pressoché deserte. «Qui lavorano solo le donne e noi non siamo qui oggi», recitava un cartello affisso all’ingresso della biblioteca di Kópavogur. Il motivo di questo Kvennaverkfall - lo sciopero delle donne - va ricercato fondamentalmente in due aspetti: il divario salariale, attualmente a vantaggio degli uomini; e la violenza di genere.
A scendere in piazza è stata pure la premier dell’Islanda, Katrin Jakobsdottir, e varie ministre del suo governo - fra cui quelle della Giustizia e della Cultura - che si sono unite alla manifestazione nella capitale. Jakobsdottir aveva già annunciato la sua volontà di protestare, scandendo senza troppi giri di parole: «Non lavorerò quel giorno, come spero facciano anche tutte le donne qui presenti».
La premier, in una intervista al Guardian, ha sottolineato che non sono stati raggiunti gli obiettivi di piena uguaglianza di genere, cosa «inaccettabile nel 2023» nonostante siano la priorità del suo governo. E ha segnalato che le differenze di salario fra uomini e donne sono in aumento in tutto il Paese. Eppure, dati alla mano, l’Islanda è il primo Paese al mondo in materia di uguaglianza di genere, con una riduzione del 90% del “gap” salariale e sociale negli ultimi tre anni.
Da tempo le donne islandesi sono in prima linea nel far valere i propri diritti: nel 1975 ci fu un altro sciopero, la cui adesione fu al 90 per cento, con cambiamenti che di fatto aprirono la strada un lustro dopo all’elezione di Vigdís Finnbogadóttir, prima donna eletta presidente al mondo. In Italia, insomma, c’è ancora tanto da imparare.
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