10 giugno 1924
Eliminate Giacomo Matteotti
Lo chiamano “Tempesta”: determinato e appassionato, è l’avversario più temibile del Duce

Roma, 10 giugno 1924, ore 16 e 40. Da almeno due ore la Lancia targata 55-12169 è ferma sul lungotevere Arnaldo da Brescia. Dentro, cinque uomini: Amerigo Dumini, Albino Volpi, Giuseppe Viola, Amleto Poveromo e Augusto Malacria. Fascisti, ex-arditi e criminali, hanno avuto l’incarico da Cesare Rossi e da Giovanni Marinelli: i capi della Ceka, la polizia segreta agli ordini diretti del Duce. Controllano il portoncino di via Pisanelli 40. Aspettano Giacomo Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario. 39 anni, sposato, tre figli, Matteotti è un intellettuale meticoloso, intransigente. Lo chiamano “Tempesta”: determinato e appassionato, è l’avversario più temibile del Duce.
In Parlamento dal 1919, ha già pronunciato 106 discorsi: non chiacchiera ma espone dati, numeri, fatti indiscutibili sugli abusi, le brutalità e soprattutto la tragica incompetenza dei fascisti al governo. E Mussolini getta “fiamme dagli occhi” ogni volta che lo sente. Due mesi prima, alle elezioni del 6 aprile, il “listone” fascista ha preso il 64,9%. Un trionfo: Mussolini governa dall’ottobre del 1922 e ora finalmente il Parlamento è nelle sue mani. Ma il 30 maggio Matteotti si è alzato alla Camera. Per oltre un’ora – interrotto da mille urla, insulti e minacce – ha documentato la serie di brogli, violenze e intimidazioni dei fascisti: “nessun elettore si è trovato libero di decidere con la sua volontà” - ha certificato - e ha chiesto l’annullamento “in blocco della elezione”. Poi si è rivolto ai compagni: “il mio discorso l’ho fatto. Voi ora preparate il discorso funebre per me”. Sa cosa rischia. Mussolini in Aula è sembrato impassibile. In realtà è furibondo: “è inammissibile che dopo un discorso del genere quell’uomo possa ancora circolare!”, si è sfogato subito dopo.
Non basta. L’11 giugno Matteotti è iscritto di nuovo a parlare alla Camera. E, si dice, ha materiale ancora più esplosivo: le prove delle tangenti intascate dai membri del Partito fascista e da Arnaldo Mussolini, il fratello del Duce, legate alle concessioni petrolifere della Sinclair Oil su tutto il territorio nazionale. Ora basta, bisogna fermarlo. Così, il 10 giugno alle 16 e 30 Matteotti esce per andare, come sempre, in biblioteca. Abito chiaro, scarpe di camoscio, cravatta.
La Lancia lo segue, i cinque lo aggrediscono. Matteotti si difende ma Poveromo lo colpisce alla tempia. Lo caricano in macchina e partono a gran velocità. Matteotti si riprende, urla, scalcia. Rompe il finestrino dell’abitacolo. Allora Volpi lo pugnala al torace e lo uccide. Poi lo sotterrano alla Quartarella, in campagna. La notizia della scomparsa si sparge in fretta e il 12 giugno Mussolini per riparare va in Parlamento: la polizia sta indagando - dice - “mi auguro che l’onorevole Matteotti presto possa tornare in Parlamento”. E il giorno dopo incontra la moglie, Velia: “vorrei riconsegnarle suo marito vivo”, perché “c’è ancora qualche speranza”. Mente spudoratamente, con un cinismo vigliacco: il passaporto e il portafoglio di Matteotti sono già nel cassetto della sua scrivania. Glieli hanno dati gli assassini. Ma il Duce è in difficoltà: un’ondata di commozione e di sdegno si leva in tutto il Paese e rischia di travolgerlo. Deve fare qualcosa: il cadavere viene ritrovato il 16 agosto e i colpevoli vengono arrestati. Una farsa, naturalmente: dopo il processo saranno amnistiati e scarcerati.
L’omicidio di Giacomo Matteotti fu lo spartiacque del fascismo, che rischiò di crollare. Ma il Re non si mosse e le opposizioni organizzarono “l’Aventino”: una condanna morale e politica, tuttavia inutile. Anzi, era giunto il tempo della stretta finale: il 3 gennaio Mussolini prese la parola in Parlamento. “Io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di quanto avvenuto” - ringhiò - “se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”. Nessuno reagì, nessuno urlò che il fascismo era una forza eversiva, violenta, fondata sull’abuso e sulla prepotenza. La dittatura era iniziata: il futuro dell’Italia era diventato “nero”.
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