DOPO LA POLITICA
Fausto Bertinotti combatte per due serigrafie di Warhol
Opere avute in eredità da Mario D’Urso, ma la figlia del defunto le rivuole

Elegante, sempre. Perfettamente rasato, sempre in giacca, spesso con camicia e cravatta. Se non sapevi chi fosse, faticavi a credere, prima di averlo sentito ragionare, che Fausto Bertinotti fosse il leader di Rifondazione Comunista, partito di cui è stato segretario dal 1994 al 2006, e più in generale della sinistra italiana, fino a essere nominato presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008 durante il Governo Prodi, che contribuì a fare cadere dopo averlo pesantemente criticato nell’arco del biennio in cui fu in carica e dopo averlo paragonato a «Un brodino caldo», definizione entrata nella storia politica italiana.
Già sindacalista nella Cgil, già iscritto nei primi anni Sessanta al Partito Socialista Italiano, poi nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria e, dal 1972, nel Pci, scalerà quest’ultimo partito sotto l’ala protettrice di Pietro Ingrao che poi lo convincerà a entrare nel Partito Democratico della Sinistra prima, nel ‘93, di aderire a Rifondazione.
Fin qui il Bertinotti conosciuto da tutti. Ma che fine ha fatto dopo l’uscita dalla politica del 2008? Non tutti sanno che Bertinotti ha dato vita alla rivista “Alternative per il socialismo”, bimestrale di analisi e cultura politica di cui è direttore, e ha tenuto dei seminari in alcune università italiane di Diritto Costituzionale e sul tema “La Costituzione, tra crisi della democrazia e nuovi totalitarismi”.
Ma non è questo, e non ha a che fare con la politica, l’argomento per cui l’ex presidente della Camera è tornato nei giorni scorsi agli onori delle cronache, quanto piuttosto per il suo amore per il bello: succede che nel 2015, alla morte dell’uomo d’affari Mario D’Urso, quest’ultimo abbia lasciato in eredità a Bertinotti due serigrafie di Andy Warhol raffiguranti Mao Tse Tung.
Dopo la morte di D’Urso, però, una donna statunitense ha dimostrato grazie alla prova del Dna di essere sua figlia e ha chiesto tutta l’eredità del padre, stimata in circa 24 milioni di euro, serigrafie date a Bertinotti comprese. A gennaio, un tribunale di Roma ha annullato quindi il testamento di D’Urso dando ragione alla figlia. Ma Bertinotti, così come altri beneficiari, non si è rassegnato, ha tenuto le serigrafie e ha presentato ricorso alla Corte d’appello di Roma, visto che il giudice non aveva dichiarato immediatamente esecutivo l’annullamento. «Sarò lietissimo di fare quel che mi sarà detto di fare» il commento del Fausto nazionale. Che però, se perdesse i due Wharol, un pochino dispiaciuto sarebbe sicuramente.
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