METAFORA
Forrest, Russ e il bisogno di viaggiare
Correndo per il mondo a scopo umanitario o a caccia di se stessi?

«Corri, Forrest, corri!». Una frase iconica, rimasta nell’immaginario collettivo al pari di «Francamente me ne infischio» o «Gli faremo un’offerta che non potrà rifiutare». È uno dei momenti topici di Forrest Gump, capolavoro di Robert Zemeckis nella quale il protagonista, ancora bambino, scappa dai bulli incitato dall’amichetta che sarà poi l’amore della sua vita. E quella corsa è la prima di tante, che porteranno a quella indimenticabile che rappresenta il punto di svolta del film. Quando cioè, ormai cresciuto, Forrest all’improvviso decide di prendere e andare. Senza motivo, senza meta.
Solo determinato a correre chissà dove, forse per fuggire da un passato doloroso, da un’infanzia resa difficile dal lieve ritardo mentale che lo affligge. È una meravigliosa metafora del passaggio all’età adulta, attraverso lo spazio e il tempo, perché altrettanto improvvisamente, dopo oltre 1.000 giorni, Forrest, ormai capellone e barbuto, deciderà che il suo viaggio è finito e si fermerà così come ognuno di noi a un certo punto trova il proprio equilibrio.
Non poteva non tornarci alla mente questo magnifico pezzo di cinema in questi giorni nei quali è salito agli onori della cronaca Russ Cook, un 27enne britannico che ha appena concluso il suo viaggio di corsa dal punto più a sud dell’Africa fino a quello più a nord sulle spiagge del Mar Mediterraneo: 16mila chilometri in 352 giorni con l’intento, non solo di compiere un’impresa, ma anche di raccogliere fondi per i rifugiati africani nel Regno Unito. Tante le difficoltà incontrate, non solo problemi di salute, da una rapina alle noie burocratiche nel passaggio da un paese all’altro. Ma alla fine Russ ce l’ha fatta, celebrando l’arrivo al traguardo proprio con una citazione da Forrest Gump: «Sono un po’ stanchino». Stanco sì, ma certamente felice per aver raccolto donazioni per oltre 800mila euro. Un’impresa meritevole come quelle di tanti altri in passato.
Ci è tornata ad esempio alla mente quella di Serge Roetheli che abbiamo scoperto non a caso viaggiando. Una vacanza a Los Angeles ci ha portati infatti a incontrare questo podista svizzero che tra il 2001 e il 2005 ha percorso correndo addirittura 40mila chilometri, ovvero l’equivalente dell’equatore, in tutti e cinque i continenti. Anche in quel caso il fine era umanitario ma in diverse occasioni imprese simili sono state dettate semplicemente da un’ispirazione più simile a quella di Forrest Gump, alla base, ne siamo certi, anche dei viaggi di Cook e Roetheli.
Forrest non aveva un obiettivo preciso, ma il protagonista di quel bellissimo film non si rendeva conto che quel viaggio era in realtà un percorso necessario per diventare un uomo. Per questo motivo quella scena ha colpito l’immaginario collettivo: quell’afflato è il medesimo che porta tanti, ad esempio, a intraprendere pur senza essere religiosi il cammino di Santiago de Compostela. O a soffrire di quella che è chiamata sindrome di Wanderlust, ovvero il desiderio incontrollabile di essere sempre in viaggio. E a scatenare tutto ciò altro non è che il bisogno atavico di vivere esperienze e di confrontarci con persone e civiltà differenti in quanto è questo che ci cambia e ci fa crescere. Ecco perché, come sostenevano pensatori ben più illustri del sottoscritto, ciò che conta non è la destinazione, ma il viaggio.
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