ELEZIONI
Gli italiani alle urne: «Dio ti vede, Stalin no»
Al voto va il 92,19% della popolazione e il risultato è clamorosa: vince la Democrazia Cristiana

18 aprile 1948: La Patria chiama alle urne titola solenne il «Corriere della Sera». È una giornata decisiva: la Guerra Fredda è scoppiata, i comunisti e i socialisti sono stati estromessi dal governo nel 1947, e la Costituzione è entrata in vigore il 1° gennaio. Oggi si elegge il primo Parlamento dell’Italia repubblicana e dal risultato dipende il futuro del Paese: chi governerà e quale sarà la collocazione internazionale, con l’Occidente o con l’Oriente. Insomma, la scelta è secca: Gli italiani decidono oggi il loro destino, conferma «La Stampa».
La campagna elettorale è stata lunga e tumultuosa. In pratica la Guerra Fredda in miniatura: da una parte la Democrazia Cristiana, la Chiesa e gli Stati Uniti. Dall’altra, il Pci e il Psi uniti nel “Fronte democratico popolare per il lavoro, la pace e la libertà” e il volto di Giuseppe Garibaldi sopra una stella come simbolo. Ma la sinistra, invece di incalzare il governo sui due milioni di disoccupati e sulle scelte del governo, si è fatta “ingabbiare” in uno scontro di civiltà: e il fascino dell’Urss - il “paradiso dei lavoratori” - non può competere con quello degli Stati Uniti, la terra delle opportunità, della ricchezza facile e dei parenti emigrati.
Ben più efficace, infatti, la propaganda filo-occidentale. In tutti i cinema la “Settimana Incom”, una sorta di cinegiornale, esalta i risultati del governo e gli aiuti americani. James Dunn, l’ambasciatore, gira tutta la penisola, instancabile: inaugura ponti, scuole e ospedali costruiti con i contributi di Washington. E poi, si sa: se vincono i comunisti il piano Marshall salta. Anche la Chiesa non si è risparmiata. Pio XII tuona “o con Cristo o contro Cristo” e, a conferma, sono già state segnalate numerose “madonne piangenti” e non pochi eventi miracolosi. Ogni domenica, a messa, i preti inveiscono contro i comunisti “senza Dio”.
Non basta: il Paese è tappezzato da migliaia di manifesti, anche truculenti: “Vota o sarà il tuo padrone” minaccia uno scheletro in divisa dell’Armata Rossa, “È lui che aspettate?” ne recita un altro con un soldato con colbacco, coltello tra i denti e frusta tra le mani. C’è anche ironia, in realtà: un volantino ricorda che “coi discorsi di Togliatti non si condisce la pastasciutta” e, soprattutto, “nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!”, ricorda un imbattibile Guareschi.
Ma il momento è terribilmente serio. Cosa succede se vincono i comunisti, in piena Guerra Fredda? Una guerra civile? Un’invasione americana? Togliatti prevede scenari devastanti, anche una nuova guerra mondiale. Ma da Mosca avvertono: le armi si usano solo se vengono attaccate le sedi del partito. Nondimeno, per il segretario alla difesa americano James Forrestal “se decidiamo di lasciar perdere l’Italia, decidiamo di abbandonare l’Europa”. La frase è ambigua, ma gli Stati Uniti pensano di insediarsi in Sicilia e Sardegna, e considerare il Nord perso. Insomma, se nessuno dorme tranquillo circola anche un “amabile scetticismo sorridente, che è la nostra debolezza, ma anche talvolta può parere la nostra forza”, nota Piero Calamandrei. Così, si arriva al 18 aprile, e vanno a votare tutti – il 92,19% – anche anziani portati al seggio a spalle e malati accompagnati in ambulanza.
Il risultato è clamoroso: la Democrazia Cristiana prende il 48,5%, il Fronte il 31. L’Italia ha scelto, si sta con l’Occidente. La vittoria della Dc porta all’entrata nella Nato nel 1949 e all’esclusione delle sinistre al potere: il Psi tornerà al governo nel 1963 e il Pci mai, fino alla caduta del Muro di Berlino. Fu la vittoria della democrazia, a prescindere dall’esito. Finiva il lungo dopoguerra e nasceva la “Prima Repubblica”, destinata a durare quanto la Guerra Fredda.
Oggi si discute: quale il giudizio? Senza dubbio mai, nei secoli, gli italiani hanno conosciuto un tenore di vita come nella seconda metà del Novecento. Ma quella classe dirigente ha anche indebitato il Paese fino allo stremo, e scaricato sulle nuove generazioni il benessere vissuto da altri. È bene ricordarlo.
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