LA STORIA
Hip Hop: i 50 anni del fenomeno culturale

Musica e danza, cultura e moda, caparbietà e riscossa. Proiezione sociale, identitaria e sonora di una comunità, l’hip hop è da 50 anni un immaginario collettivo ricco di progetti, condivisioni e slanci. Nei prossimi mesi quel movimento musicale trasformatosi in qualcosa di molto più complesso e capillare compirà il mezzo secolo di vita. Un periodo in cui ha istituito con una discreta faccia tosta i canoni di (auto)rappresentazione dell’afro-americanità, ma anche influenzato politiche e tendenze mondiali.
LE ORIGINI
11 agosto 1973. Cindy Campbell, adolescente di origini giamaicane del West Bronx di New York, chiede a suo fratello Clive di fare da deejay a una festa di ritorno a scuola. Il ragazzo, alias DJ Kool Herc, sfodererà un mix di dischi reggae, funk, rock e disco in grado di far impazzire i presenti, evidenziando le potenzialità creative e aggregative dei suoi collage musicali. È l’inizio del sample, tratto imprescindibile della traccia hip hop: il riciclaggio di brani black, come il soul di James Brown e gli antesignani Gil Scott-Heron e The Last Poets. Il rimando è non a caso a quello dell’attivismo civile. Negli anni Settanta Bronx, Harlem e Queens sono ghetti dove si concentrano le emarginate minoranze afro e latine, dedite spesso alla delinquenza. In tale contesto l’hip hop fa da collante tra giovani in cerca di riscatto e permette di socializzare divertendosi a suon di beat. Oltre al turntablism per la compilazione di sample, si fanno strada i primi rapper e le crew di “b-boying”, esperte nell’acrobatica breakdance. Altro ramo espressivo è l’aerosol art delle bombolette spray, che marchia gli edifici cittadini con tag identificativi.
Aiutata dalla diffusione dello studio di registrazione casalingo “boombox”, che fa proliferare il numero di dj, la musica imperversa.
LA DENUNCIA SOCIALE
A inizio Ottanta la denuncia sociale diventa il tema rap per eccellenza, mentre le produzioni di Grandmaster Flash e Run-DMC competono con le hit rock. Come aveva fatto il punk in Inghilterra, l’hip hop comincia a dettare legge pure in fatto di moda: uno stile eclettico unisce tute casual a gioielli eccessivi, vestiti in situazioni formali. È l’athleisure, una delle manie glamour giunte alla popolarità grazie all’underground rap, insieme a streetwear e logomania. Nel 1987 l’hip hop è all’apice, ma il suo carattere burrascoso divide l’opinione pubblica. Due anni prima alla premiere del film “Krush Groove”, con protagonista un discografico rap, uno spettatore era morto in una rissa. La stampa dichiara responsabile di questi disordini il linguaggio d’odio dei cantanti hip hop, in particolare Ice Cube e Ice-T, i cui testi ripercorrono le molestie subite dagli afroamericani per mano della polizia. In opposizione nasce il gangsta rap, il sottogenere dalle atmosfere para-mafiose di Snoop Dogg, e si acuiscono le faide tra la nichilista West Coast e la più tollerante East Coast. La più celebre e tragica è quella che coinvolse Tupac Shakur e The Notorious B.I.G., uccisi tra 1996 e 1997, pare, dalle relative gang rivali.
GLI ANNI DUEMILA
Nei Duemila l’hip hop si è ripulito: Eminem ha portato le possibilità tecniche e liriche del genere a livelli insuperabili e Jay-Z ha mostrato un lato più rassicurante e tuttavia credibile. La brutta nomea rimane, però. Soprattutto, arriva un po’ malandato al suo 50° compleanno. Nel 2017 era la musica più ascoltata negli Stati Uniti, ora sembra patire l’arrembaggio dei nuovi astri latin e una timidissima ripresa del rock. Anche Snoop Doog ha dichiarato di riscontrare una certa piattezza nelle proposte delle leve trap. Che sia solo una reazione paternalistica?
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