IL CASO
Il calcio che fa come le tre scimmiette
Shock in Turchia, ma tutti zitti per fare insieme gli Europei

Quante volte sarà capitato a tutti noi di vedere un calciatore di Serie A che segna un gol per poi correre verso la telecamera e mandare un bacio alla fidanzata o alzarsi la maglietta per svelare un messaggio scritto sulla canottiera, magari inneggiante alla pace nel mondo. Ora provate a immaginare la stessa scena che si conclude con un’incriminazione nei confronti del suddetto calciatore, costretto a espatriare per salvarsi la vita. Assurdo? Per niente, perché nel mondo accadono anche episodi del genere.
E non stiamo parlando di una astrusa nazione dal nome impronunciabile situata dall’altra parte del globo, bensì della vicinissima Turchia. L’episodio si è infatti verificato durante una partita di cartello della Serie A dello stato sul Bosforo nella quale Sagiv Jehezkel, centravanti israeliano dell’Antalyaspor ha segnato un gol contro il forte Trabzonspor mostrando poi alla telecamera una fasciatura sul polso con la scritta “100 giorni. 7/10”, chiaro riferimento all’attacco di Hamas in Israele.
Apriti cielo, le autorità turche si sono subito mosse ed è stato aperto un fascicolo con l’accusa di pubblico incitamento all’odio e all’ostilità, mentre la squadra ha subito sospeso il giocatore. Capita l’antifona, Jehezkel ha lasciato di corsa il paese, temendo più per la propria incolumità che non per le conseguenze penali del caso. Non abbiamo intenzione di lanciarci in riflessioni su questioni geopolitiche che non ci competono ma restare nell’ambito sportivo perché a lasciare stupefatti è il silenzio generale da parte delle istituzioni sportive non solo internazionali ma anche di casa nostra.
Già, perché proprio l’Italia è stata designata a organizzare gli Europei del 2032 in collaborazione con il paese che si affaccia sul Mar Nero e una parolina ce la saremmo ingenuamente aspettata. La Turchia, pur essendo formalmente un paese asiatico, da sempre partecipa alle competizioni europee, come del resto Israele, e fra meno di un decennio sarà sede di alcune partite della massima competizione continentale: le altre si giocheranno da noi e non osiamo immaginare l’imbarazzo dei vertici del nostro calcio di fronte a un fatto che fa capire come forse stiamo parlando di una nazione non proprio in linea con i valori della nostra parte di mondo.
Ma tant’è tutto finirà nel dimenticatoio e non lo diciamo per mero disfattismo. Basti pensare che è passato poco più di un anno, ma nessuno si ricorda più di quando addirittura la Fifa, il massimo organismo calcistico internazionale, diffidò i calciatori della Germania dall’indossare, durante i Mondiali del Qatar, fasce arcobaleno che sensibilizzassero gli spettatori sulle persecuzioni nei confronti delle persone non eterosessuali nell’emirato. Tanto che i calciatori tedeschi si presentarono in campo con una mano sulla bocca senza però trovare appoggio da parte di nessuno. E sembra già finita nel dimenticatoio la protesta dei calciatori che si inginocchiavano prima delle partite per dare un segnale contro il razzismo.
Perché il segreto è non parlarne, è sufficiente far finta di niente perché i calciofili possano serenamente continuare a vivere nel loro mondo fatato nel quale è più importante discutere di arbitri e Mourinho anziché di questioni che potrebbero distrarli dal pagare bovinamente tre o quattro abbonamenti per vedersi le partite della squadra del cuore.
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