MUSICA
Joe T Vannelli fa scuola ai dj
Il guru della consolle che fa dialogare presente e passato

«Consiglio a tutti di diventare dj, perché come si dice nel nostro gergo Music is the answer: «la musica è l’unica risposta definitiva a tutto». Joe T Vannelli è un’istituzione internazionale delle tendenze più aggiornate del clubbing, un modello per comprendere che cosa comporti essere un maestro della consolle. Dopo un’estate live di successo, suggellata dai set allo storico Tantra di Ibiza e dal remix del tormentone Italodisco dei The Kolors, si dedicherà ora a un’attività meno spettacolosa ma altrettanto sostanziale: una formazione per disc-jockey all’interno dell’hub creativo milanese Sound Faktory.
«Non ho mollato il lavoro primario - precisa Vannelli - . Questa Masterclass Academy prevede corsi per persone che vogliono affacciarsi a questo mondo affascinante, perché fare il dj è l’esperienza più bella del mondo: per quello non appenderò mai le cuffie al chiodo». Partite a fine settembre, le lezioni avranno cadenze bimestrale fino a dicembre: «Ci sono corsi per Ableton e Logic, programmi dedicati alla produzione, e di mixaggio digitale e vinile con Roberta Onirika, Bruno Bolla, Giovanni Nulli. Tutti docenti certificati».
Vannelli è un professionista da più di 20 dischi d’oro e platino, scopritore di fenomeni house come Robert Miles di cui ha prodotto la hit Children e detentore della prima posizione nelle chart inglesi degli anni Novanta con Sweetest Day of May, «un pezzo gospel americano fatto a New York con tanto di reverendo che pilotava i cantanti da chiesa». Ha collaborato con Giorgio Moroder, David Guetta, Timbaland e Miss Elliot e ospitato alla Sound Faktory Ornella Vanoni, Clementino, Samuel, Boosta, Mace, Ensi, Boss Doms, Saturnino e Ivana Spagna.
Nel corso della sua ultra-quarantennale carriera ha sperimentato in prima persona l’evoluzione del proprio lavoro: «Il fenomeno attuale sono i social. Quando una persona ottiene molte visualizzazioni può praticare automaticamente il mestiere. Onestamente non sono molto d’accordo sul diventare dj in quel modo: se mi devo operare non vado da chi si è appena laureato. Per i dj funziona in maniera relativa perché alcuni locali hanno bisogno di portare gente attraverso i social. È come per la cucina: tutti sanno fare due uova al tegamino ma non possono considerarsi chef. Oppure il calcio, tutti ci giochiamo ma non tutti possono giocare nella Juventus. Diventare dj vuol dire avere un messaggio da dare al pubblico. Devi avere qualcosa da raccontare. E immaginare che cosa potrebbe funzionare in futuro». A proposito, tra i corsi attivati alla Sound Faktory c’è quello di Mixaggio Dj Kids per giovanissimi: «In questo momento la novità eclatante sono i bambini che diventano dj e fanno esibizioni con molta presenza di pubblico. Se devono imparare uno strumento ci mettono molto più tempo rispetto alla consolle, dove le canzoni sono già fatte e possono essere assimilate meglio».
Per un dj l’importante è adattarsi sempre al presente: «Oggi devi avere la coscienza di lavorare coi social. E, oltre a produrre musica, devi proporla. Nella mia struttura lavorano fotografi e persone che sanno manovrare i social professionalmente, perché devi avere un aspetto visivo interessante, saper ballare e muoverti». È quello che ha fatto durante il suo speciale tour pandemico, con 64 dj set a distanza tra Etna, Dolomiti, la Lanterna di Genova e persino una mongolfiera che hanno totalizzato 15 milioni di visioni.
Tra le ultime di Vannelli un «brano che sta per diventare patrimonio Unesco, per il cinquantenario di Ciao Mare di Raoul Casadei. Con suo figlio ne ho fatto una versione subito dopo l’alluvione in Romagna per dare conforto alla popolazione. Il futuro della musica italiana è concreto. Abbiamo i Måneskin che suonano in tutto il mondo, produttori enormi e lo stesso Sanremo ha dimostrato i successi che può proporre. Sono molto propenso a produrre qualcosa di italiano, magari una collaborazione con i The Kolors per il nuovo singolo di Sanremo».
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