CULTURA
Leggere un’opera d’arte

Cosa rimane «dell’esperienza di visita ai milioni di turisti che si trascinano stancamente nelle sale dei grandi musei o che si accalcano negli spazi dell’ennesima mostra dedicata agli impressionisti»? È l’interrogativo che apre il libro di Valter Curzi, Storia dell’arte per quasi principianti (Skira editore, 19 euro).
Professore ordinario di Storia dell’Arte moderna alla Sapienza di Roma, Curzi parte dalla sua esperienza di docente per interrogarsi sulla richiesta di un’offerta culturale che sembrerebbe essere più urgente, ma che, con sempre maggiore frequenza, si esaurisce nella superficialità e nella frettolosità. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente, al termine di una lezione.
Professor Curzi, perché questo libro?
«Il libro nasce innanzitutto per i miei studenti. Sempre più noto come i giovani, negli anni, siano bombardati da immagini, ma in difficoltà quando si tratta di affrontare un’opera d’arte con degli strumenti disciplinari. Non sono abituati a guardare e a pensare all’immagine entro un sistema di relazioni. Un’intuizione già di Paul Valery e di Walter Benjamin - erano gli anni Trenta del secolo scorso - autori profetici di osservazioni circa la riproducibilità dell’opera d’arte e la perdita dell’aura, cioè dell’idea dell’unicità dell’opera e dell’importanza di un contatto diretto con essa».
Disabituati allo sguardo?
«Direi di sì. Attraverso alcuni esempi nel libro sottolineo l’importanza di saper decifrare l’immagine dal punto di vista iconografico e iconologico e di come sia necessario comprendere lo stile e il contesto in cui un’opera è nata».
Quanto è importante la professionalità di chi aiuta a leggere un’opera d’arte?
«Importantissima. Per questo sono convinto che l’università debba uscire dalle aule per offrire strumenti in cui il tema della divulgazione diventi centrale. Compito che spetta agli storici dell’arte, a condizione che scendano dai piedistalli, escano dalle loro torri d’avorio, si liberino del linguaggio specialistico e parlino finalmente alla gente in modo comprensibile».
Il segreto per essere attraenti nel racconto?
«Nel libro ho scelto uno stile narrativo, privilegiando il racconto appassionante contro l’eccesso di specialismo, pur mantenendo fede agli aspetti disciplinari. Il riscontro dei lettori è stato positivo, in molti mi hanno detto di non essere riusciti a staccarsi dalla lettura per vedere “come sarebbe finita la storia”».
È cresciuto il bisogno di bellezza o è diventato un fenomeno di massa?
«Non credo sia particolarmente cresciuto, le nostre città sono sempre più brutte; è più un rito sociale ma effettivamente il numero delle persone che sono interessate a vedere una mostra è aumentato. In qualche modo la storia dell’arte è più nota, i mass media ospitano storici dell’arte e danno più attenzione al tema delle mostre e, di conseguenza, la gente è incuriosita e c’è un’offerta molto democratica, con l’idea di coinvolgere un grosso pubblico. Ovviamente è anche diventato un business».
Si può coniugare conoscenza e bellezza?
«Per la mia esperienza, legata soprattutto all’insegnamento, l’emozione non è qualcosa che ha a che fare solo con l’incontro, ma con la qualità dell’incontro. Più si hanno strumenti per incontrare in maniera corretta l’opera d’arte più si può apprezzarla ed emozionarsi».
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