LO SCONTRO
L’utilità inattesa della lite tra Lilli e Chicco
La zuffa di Mentana e Gruber spiega perchè non sappiamo più comunicare

È trascorso un numero di giorni sufficiente e si può ragionare con maggiore lucidità sul fattaccio che ha tenuto tutti col fiato sospeso la scorsa settimana. No, non parliamo delle guerre che tormentano il pianeta, di inchieste che fanno tremare la politica né delle diatribe in vista delle elezioni europee, bensì del duello rusticano che ha scosso il Belpaese. Enrico Mentana, detto Chicco, ha litigato con Dietlinde Gruber, detta Lilli. I fatti sono noti: il tg di La7 di lunedì 6 maggio, condotto dal direttorissimo, ha sforato di una decina di minuti a causa di fatti importanti e rubriche non rinviabili e così è iniziato in ritardo Otto e mezzo. Una piccata Gruber, a quel punto, è tornata a sfoderare la grinta da inviata di guerra e ha tuonato in diretta tv con tanto di metafora poco oxfordiana sull’incontinenza.
La scaramuccia è proseguita fra minacce velate di dimissioni, frecciatine reciproche e tapiri d’oro fino al salomonico intervento della Rete. Fiumi di parole sono stati spesi e tutti sono parsi d’accordo nel sostenere che certi panni sporchi si lavano in famiglia, ma forse è un bene che sia stato possibile assistere in diretta tv a un confronto acceso fra conduttori e non solo fra ospiti. È infatti questa l’ormai inscalfibile cifra dei dibattiti televisivi, trasformatisi in una gazzarra senza senso che non garantisce alcun tipo di servizio allo spettatore. Anzi, l’effetto è palesemente deleterio perché la tv che dovrebbe informare, quando si tratta di politica, si è trasformata in una riproduzione in video di quanto accade su Facebook dove il virologo si trova a essere contraddetto sul Covid dal primo che passa, con il risultato che la stessa politica è frequentata più da improvvisati che da figure competenti in materia.
È un tema trito e ormai banale, forse, ma di certo non risolto perché le sue ricadute le vediamo quotidianamente: come altro interpretare ad esempio quanto accaduto agli Stati generali della famiglia dove la ministra del settore, Eugenia Maria Roccella, è stata duramente contestata prima ancora di parlare da un gruppo che protesta per le sue idee in tema di natalità e politiche sulla famiglia? Il dibattito che ne è seguito è apparso interessante solo a chi non ha il coraggio di ammettere che in realtà si sta affrontando il tema in modo surreale. Da una parte chi inneggia al diritto al dissenso, dall’altra chi invece alla libertà di parola. E va tutto bene. Peccato che le discussioni televisive alle quali ci è stato dato modo di assistere si sono rivelate, oltre alla consueta fiera di frasi fatte e banalità, l’assoluta negazione di questi due virtuosi aspetti, un florilegio di urla e interruzioni reciproche che hanno fatto pensare che forse l’unico diritto che dovrebbe essere tutelato è quello al silenzio.
Ecco perché siamo contenti che Gruber e Mentana se le siano date mediaticamente davanti a tutti: perché il loro alterco è la dimostrazione che è la stessa tv a vivere di schiaffoni verbali senza alcun rispetto per il telespettatore. E, siccome i media influenzano il pubblico, le persone comuni finiscono per imitare coloro che dovrebbero essere i maestri delle metodologie di comunicazione. Un po’ come i bambini con gli adulti: se il papà insulta l’arbitro alla partita del figlio di 8 anni, quest’ultimo imiterà suo padre, non certo l’allenatore che cerca di insegnargli un modo civile di rapportarsi con gli altri.
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