LA PROSA
Baby squillo: l’altra verità
Cinzia Spanò legge il caso dei Parioli attraverso gli occhi del magistrato Paola Di Nicola

«Per me le storie che vale la pena di raccontare sono quelle che cambiano un po’ il nostro sguardo, sono storie che conosciamo, ma da un altro punto di vista».
Così Cinzia Spanò spiega che cosa muove l’idea di ciò che porta sul palco. E che ha mosso anche «Tutto quello che volevo. Storia di una sentenza», in scena nella Sala Bausch del teatro Elfo Puccini di Milano fino al 19 maggio.
Partendo da una vicenda che qualche anno fa fece un grandissimo scalpore: due ragazzine di 14 e 15 anni, frequentanti uno dei migliori licei romani, che dopo la scuola si prostituivano ai Parioli e che avevano clienti appartenenti alla cosiddetta «Roma-bene», professionisti insospettabili.
E il loro incontrarsi, in fase processuale, con la giudice Paola Di Nicola, chiamata a pronunciarsi su uno dei clienti di una delle ragazzine.
«La vicenda - spiega Spanò, che ha scritto il testo e lo interpreta, con la regia di Roberto Recchia - è stranota ma nel modo in cui l’evento è stato portato a conoscenza dai media: in una maniera che anche tanti esperti dicono sviluppata su stereotipi. L’immagine delle baby squillo, di ragazzine spregiudicate. Prendendo di vista il punto focale, il problema evidenziato dalla vicenda, la Commissione bicamerale infanzia e adolescenza ci dice che la prostituzione minorile da parte di ragazzi che non hanno difficoltà economiche negli ultimi anni ha visto un quintuplicarsi dei casi, assumendo un aspetto quasi di emergenza sociale. E inoltre in questa vicenda non ci si è concentrati abbastanza sui clienti che erano di classe elevata».
Dai media l’attenzione è invece stata più su un’etichetta data alle ragazzine, «colpevolizzando - sottolinea Spanò – la parte sbagliata».
Da qui l’idea del cambio di prospettiva nella lettura della vicenda, anche grazie all’incontro, appunto, con Paola Di Nicola, «un magistrato di Roma che sta proprio lavorando per cambiare gli stereotipi, ha anche pubblicato un libro con uno studio di oltre duecento sentenze viziate da una lettura pregna di pregiudizi. In vent’anni ha fatto uno studio e un percorso per una ripulitura da questo tipo di sguardo».
E Cinzia Spanò legge la vicenda dei Parioli proprio attraverso gli occhi di questa donna, «che è straordinaria. E che nel decidere il risarcimento per la ragazza che è giovane vittima si è trovata a riflettere che il denaro sarebbe stato la stessa cosa che dava il cliente. Da risarcire era la dignità, che non è monetizzabile. E l’unico strumento per restituire la dignità è la conoscenza: il cliente era stato obbligato a comprare per la vittima libri della Woolf, della Aleramo, di Ipazia, della Ginzburg, di donne che hanno conquistato la loro libertà intellettuale».
Una decisione che in appello è stata annullata, trasformandola in risarcimento in denaro.
«E per me è importante invece che una sentenza di cui ha parlato tutto il mondo molto più che in Italia possa invece continuare a vivere, prendendo una strada diversa da quella avuta giuridicamente: quella del teatro che la ripete. E la fa andare avanti».
«A me interessa la storia – conclude Cinzia Spanò -, anche fino a diventare didascalica. Perché prima di tutto viene proprio la storia».
Lo spettacolo è accompagnato da un cortometraggio di Paolo Turro realizzato in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Brera-Dipartimento di progettazione e arti applicate diretto da Roberto Favaro.
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