DA VEDERE
Chen Zhen, un universo visionario

«Short-circuits», retrospettiva che HangarBicocca dedica a Chen Zhen (fino al 21 febbraio), va letta come un campo di forza che ha il suo punto d’equilibrio nell’uomo. Da questo centro si sviluppano quelle forze che, sbilanciandosi verso l’aspetto fisico-biologico o tendendo ad occupare l’ambito sociale e relazionale, impregnano tutte le opere.
È in questo campo che si collocano i lavori esposti: la ricerca è datata 1991-2000, anno della morte del maestro (nato a Shanghai nel 1955): uno dei primissimi artisti ad espatriare per stabilirsi, nel 1986, a Parigi. Il gran ricorso che l’artista fa di letti, pitali, sedie e oggetti quotidiani indica una forte attenzione per l’aspetto biologico dell’essere umano, talvolta chiamato in causa esplicitamente (in Crystal Landscape of Inner Body (Serpent), 2000, sono riprodotti alcuni organi del corpo umano), altre volte invece richiamato in modo più mediato (La Voie du Sommeil - Sleeping Tao, 1992, un’installazione che riproduce tre letti tradizionali cinesi ambientati in paesaggi di rifiuti).
Altre volte la massa delle opere piega lo spazio concettuale per lasciar apparire le implicazioni sociali e relazionali dell’uomo (Round Table, 1995). Il titolo della mostra esplicita il concetto di base del suo lavoro: riunire oggetti ed idee in apparenza contraddittori. È un’idea che l’artista talvolta impiega in modo didattico, come in Round Table: in un tavolo rotondo, conviviale, con incisi temi della Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sono incastrate sedute provenienti da tutto il mondo, a parlare di fratellanza universale; altre volte invece in maniera più sofisticata (in Daily Incantations la contrapposizione di antico e moderno è più ambigua).
Al servizio di questa riflessione sulla condizione umana globalizzata, Zhen pone una autobiografica poetica dell’oggetto che trova i suoi prodromi nell’intuizioni avanguardistiche del ready-made e dell’object-trouvé.
L’artista riusa oggetti comuni assemblandoli in opere di spiccata compostezza formale. Daily Incantations, 1996, ad esempio, è una struttura lignea che sorregge vasi da notte cinesi, il cui ritmo ordinato è alterato da una grande sfera metallica contenente cavi e dispositivi elettrici. L’uso concettuale e quello plastico degli elementi si fa evidente. D’un canto, si genera un cortocircuito tra l’idea del mondo vecchio destinato alla sparizione (i pitali) e i dispositivi elettrici, emblemi della modernità, raccolti nella sfera (s’intreccia qui il pensiero sull’oggetto di scarto, frutto della moderna produzione industriale, sviluppato esplicitamente in Éruption future, 1992).
Dall’altro, l’aspetto formale dell’opera non è privo di eleganza: i pitali ordinati in teorie generano una ritmo rapido, squillante; variato, però, dalla massa greve e sorda della grande sfera metallica. Un lavoro di grande eleganza formale è Crystal Gazing, 1999: sfere di abaco e grani di rosario buddista formano una grande sagoma di goccia sospesa ad un’impalcatura, al centro della quale sta una sfera di cristallo riempita di soluzione fisiologica; si instaura un delicato gioco tra materialità opaca della goccia e luccicante trasparenza del cuore cristallino che fa «emergere i due aspetti antagonisti e complementari dell’esistenza»: quello materiale e quello spirituale.
Non mancano prese di posizione sulla condizione del migrante: The Voice of Migrators, 1995, dà voce agli atti migratori che, sempre esistiti, assumono nel mondo iperconnesso una non occultabile e drammatica evidenza. Ma l’opera che riassume meglio la poetica dell’artista è in apertura di percorso: Jue Chang, Dancing Body-Drumming Mind (The Last Song), 2000. Una grande installazione composta da letti, sedie, sgabelli raccattati in contesti differenti, rivestiti di pelle come fossero tamburi.
In questa installazione sonora si possono rinvenire i tre momenti che articolano il concetto di transesperienza (neologismo dell’artista che indica l’insieme delle esperienze vissute dall’emigrante): residenza (entrare in relazione con il luogo ospitante); risonanza (lo sforzo necessario per trovare una sintonia); e la resistenza che le proprie abitudini e cultura oppongono a questo rapporto. Il primo momento è evocato dalla foggia degli oggetti nell’opera che provengono da varie parti del mondo; la seconda è simboleggiata dal lavoro che armonizza tutti gli oggetti in un’unica opera di raffinata ricercatezza; la resistenza s’incarna invece nei corpi che, superando la propria inerzia, interagiscono, tamburellando o accarezzando le pelli. Quest’opera è fin dal titolo il capolavoro presente in mostra, il «canto del cigno» di una ricerca innescata dal trasferimento a Parigi, dall’incontro con la cultura occidentale che portarono l’artista ad abbandonare la pittura per scegliere una strada segnata dalla resistenza di un corpo cinese (corpo biologico, certo, ma anche ente culturale, come tutti i corpi umani sono) all’eco di quella dimensione socio-culturale che risiede in occidente.
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