ARTE AL FEMMINILE
Fernanda Wittgens, rivoluzionaria al comando

«L’arte è una delle più alte forme di difesa dell’umano». Così scrive a un’amica, pochi mesi prima di morire, Fernanda Wittgens (1903-1957), storica dell’arte e prima direttrice donna di un museo statale in Italia. Un pensiero quanto mai attuale, anche se Wittgens si riferiva alla sua esperienza nel carcere di San Vittore nel 1944, colpevole di avere aiutato alcuni ebrei a fuggire dall’Italia in Svizzera.
In quei sette mesi (ma la condanna era a quattro anni) la Wittgens aveva compreso che l’arte può salvare l’umano dal bestiale. Per questo, una volta liberata, aveva fatto del suo museo, della milanese Pinacoteca di Brera, un “museo vivente”. Nata a Milano nel 1903 da una famiglia di origine austro-ungherese, Fernanda impara dal padre - insegnante di lettere al liceo Parini prematuramente scomparso - la dedizione allo studio, l’amore per l’arte e il rigore morale.
Dopo la laurea insegna al liceo, fa la giornalista e nel 1928 entra nella Pinacoteca di Brera con la qualifica di «operaia avventizia», una mansione umilissima, portata avanti con caparbietà, impegno e bravura.
A volerla accanto a sé è il direttore Ettore Modigliani. Al loro primo incontro, intuendo la forza e la determinazione di Fernanda, Modigliani l’aveva soprannominata «l’allodola». Era tenace e ostinata, discreta ma forte e risoluta. Proprio come un’allodola, creatura umile, ma possente e sublime quando si alza involo, triplicando l’apertura alare. L’allodola si intitola anche il racconto autobiografico da poco in libreria, scritto da Giovanna Ginex (autrice nel 2018 di un altro volume sulla Wittgens, «Sono Fernanda Wittgens. Una vita per Brera», edito da Skira) e Rosangela Percoco che restituisce tutta la grandezza alla figura della Wittgens.
Fu lei, durante la guerra, a trovare una villa con bunker vicino a Perugia e da sola, con pochi fidati assistenti, riuscì a mettere in salvo i capolavori. Fu lei a battersi perché si potessero ricostruire le sale (26 su 34) danneggiate o distrutte dai bombardamenti che avevano devastato Milano. Fu lei nel 1950 a riaprire Brera, facendo risorgere il museo dalla sue ceneri, a ideare «la grande Brera» dedicandola alla memoria di Modigliani e a fare rivivere le sale con sfilate di moda e iniziative didattiche e per famiglie, affidate al giovane e brillante Franco Russoli, poi suo successore.
Fu sua persino l’idea di «Fiori a Brera», che svegliò «l’indifferenza cittadina verso il museo aulico»: un successo di pubblico e un numero di visitatori (ventimila solo nella giornata inaugurale, centottantamila in sette giorni) tale da superare la Rinascente, il grande magazzino più importante di Milano.
Nominata soprintendente alle Gallerie della Lombardia, senza mai trascurare Brera, si occupò anche della ricostruzione del Museo teatrale alla Scala e del Poldi Pezzoli, oltre che del restauro del Cenacolo di Leonardo. Nel 1952 riuscì a portare a Milano la Pietà Rondanini di Michelangelo Buonarroti.
La Pinacoteca di Brera attuale è in gran parte la conseguenza del lavoro di Wittgens, del suo mentore Modigliani e del successore Russoli. Anche altri direttori, che in seguito hanno operato per fare crescere il museo, lo hanno fatto all’interno di una cornice a cui avevano dato forma i tre direttori. A Fernanda Wittgens l’attuale direttore James Bradburne ha dedicato la caffetteria, simbolo di quel «museo vivo», aperto a tutti, capace di parlare al pubblico e di rinnovarsi in cui la Wittgens ha creduto e combattuto per tutta la vita.
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