LA RICORRENZA
Storia di un circolo centenario
Nel 1921 la prima mostra degli Amici dell’Arte

Nell’autunno 1921, le scuole di via Sacco, abbattute qualche decennio fa, accolsero la prima mostra della neonata società Amici dell’Arte, fondata il 26 giugno 1920 nello studio del notaio varesino Giuseppe Bonazzola. La Prealpina, nella cronaca dell’epoca, riportava un afflusso di ottomila persone in due giorni - cosa inimmaginabile oggi - che testimonia l’attenzione alla cultura della nostra città, purtroppo scemata negli anni. Per ricordare i cent’anni del sodalizio, fondato tra gli altri da Giovanni Bagaini, dal compositore Arrigo Pedrollo e dai pittori Giuseppe Montanari e Domenico De Bernardi, e riaperto dopo la guerra con la denominazione di Circolo degli Artisti di Varese, il suo attuale presidente, Antonio Bandirali, assieme all’avvocato Ferruccio Zuccaro, presidente onorario, ha deciso di pubblicare un volume celebrativo, che ne ripercorre le vicende. Il libro, dal titolo Cento anni di storia, arte e costume, attraverso il Circolo degli Artisti di Varese, accoglie i contributi di importanti nomi della cultura locale, da Chiara Ambrosoli, Daniele Cassinelli, Robertino Ghirighelli, Franco Prevosti, Silvio Raffo, ai giornalisti Fausto Bonoldi, Mario Chiodetti, Matteo Inzaghi e Maurizio Lucchi, oltre allo stesso Bandirali, ad Alberto Bertoni, Enrico Brugnoni, Raphael De Vittori Reizel, Francesco Spatola e Laura Lozito Zanzi, e regala ai lettori anche un curioso Cruciverba del Centenario ideato dal presidente. Oltre agli aspetti puramente artistici, nel libro ci sono capitoli dedicati ai Maestri del Novecento, come Montanari Salvini, De Bernardi, Schalk, Gariboldi, fino a Pogliaghi e Russolo, ai grandi ceramisti come Andlovitz, Pozzi, Campi, Fontana, e agli artisti delle Fornaci “Ibis” di Cunardo, al primo presidente del sodalizio, l’avvocato Aldo Lozito, e agli artisti attualmente parte del Circolo, ecco che il lettore si trova immerso nella vita varesina di un secolo fa, con le storiche gallerie, i ritrovi eleganti, i caffè e i teatri, la letteratura e la musica, l’architettura e il design, tutto puntualmente documentato dalla “Bagaina”, come affettuosamente era chiamato il nostro quotidiano. Un “come eravamo” che lascia un poco di amaro in bocca per una città che, gozzanianamente, poteva essere e non è stata.
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