CONTROPASSATO PROSSIMO
Orwell e la fine del mondo

Nel maggio del 1946 Eric Arthur Blair si trasferì sull’isola di Jura, nel nord della Scozia. In pratica, ai confini del mondo: dalla terraferma si dovevano prendere due traghetti per raggiungerla.
L’isola, in gran parte disabitata, non aveva nemmeno un Ufficio postale e l’ospedale più vicino era a Glasgow: un taxi, i due traghetti, un bus e un viaggio in treno. Blair aveva affittato una fattoria senza elettricità e senza telefono: 20 miglia dal porto e poi, tra sentieri sterrati, altre 4 a piedi. Insomma, le sue uniche connessioni con il mondo erano la radio a batterie e il negozio di alimentari, distante però circa 25 miglia.
Ma quell’isola malinconica e cupa, e quella vista sul mare color piombo, erano l’ideale per scrivere il romanzo che aveva in mente. Anche perché gli rimaneva poco tempo, e lo sapeva: aveva la tubercolosi e presto avrebbe iniziato a sputare sangue.
Blair, 43 anni, inglese ma nato in India, conosceva il mondo: aveva fatto il poliziotto in Birmania, lo sguattero a Parigi e venduto uova nell’Hertfordshire. Volontario nella guerra civile spagnola, una pallottola lo aveva ferito gravemente alla gola nel 1937. Sapeva scrivere, e durante la guerra mondiale aveva collaborato con la Bbc. Nel frattempo, la critica internazionale aveva notato due suoi romanzi. Uno si basava sulla sua esperienza in Spagna, l’altro denunciava allegoricamente il totalitarismo. Del resto, nel 1946, le dittature “nere” erano state sconfitte, ma quella “rossa” controllava mezzo mondo.
E Blair, socialista e democratico, disprezzava lo stalinismo.
Comunque, a Jura il nuovo romanzo iniziò a prendere forma. In condizioni di salute pessime, riusciva a scrivere solo di mattina, in vestaglia, in una nube di sigarette. La trama e il titolo ancora provvisorio – “L’ultimo uomo in Europa” – erano inquietanti e forse, disse tempo dopo, il libro “non sarebbe stato così cupo se non fossi stato tanto male”. E non solo per la malattia, o per la tristezza di aver perso l’anno prima la moglie Eileen.
Erano le sorti del mondo e la Guerra Fredda ad angosciarlo: «nessuna persona riflessiva che conosco ha qualche immagine speranzosa del futuro», sosteneva.
Inoltre, temeva per la sua vita: sembra dormisse con una pistola Luger sotto il cuscino. Per alcuni era stato il suo amico Ernest Hemingway a prestargliela tempo prima, a Parigi. Quando non scriveva, piantava alberi e scavava la torba, oppure andava per mare con il figlio adottivo Richard, che nel frattempo lo aveva raggiunto insieme alla sorella Avril. Nell’estate del 1947 rischiò di morire: un mulinello risucchiò la sua barca a tre miglia dalla costa. Eric e Richard furono salvati da un pescatore di aragoste. Nel maggio del 1947 consegnò un terzo del romanzo: “un disastro orribile”, lo definì il suo editore Fredric Warburg.
Blair decise allora di riscrivere tutto, riga per riga. Così, tra la febbre e gli attacchi di tosse sanguinaria, terminò la bozza e la trascrisse da solo, al ritmo pazzesco di 4.000 parole al giorno.
Quando digitò le ultime lettere, uscì dalla camera da letto, scese le scale e finì l’ultima bottiglia di vino che aveva in casa. Il 2 gennaio 1949 partì per il sanatorio di Cranham, nel Gloucestershire. Il libro uscì l’8 giugno del 1949 e la reazione della critica fu sensazionale.
Nondimeno, il «New York Times Book Review» sottolineò anche “le grida di terrore che si alzano sopra gli applausi”: per fare un solo esempio, il grande scrittore John Dos Passos confessò di aver avuto gli incubi dopo averlo letto.
In effetti raccontava di un orribile futuro non così lontano, dominato da Superstati totalitari che manipolavano le masse tra abusi di potere, violenze e torture psicologiche. Un libro immortale, destinato a plasmare il pensiero occidentale sulla minaccia delle dittature.
Blair morì 227 giorni dopo l’uscita del libro, il 21 gennaio 1950, a soli 46 anni. Alla fine, aveva modificato il titolo in una semplice data: “1984”. E, come sempre, si era firmato con il suo pseudonimo: George Orwell.
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