ITALIA
Richard Gere e la politica del fare
Nuovo capitolo della tensione fra l’attore e Matteo Salvini sui migranti

Non avremmo mai pensato di vedere accostati i nomi di Richard Gere e Matteo Salvini in un articolo ed invece è accaduto. E non è nemmeno la prima volta. Ovviamente non si parla di cinema perché, se da un lato in pochi non sono rimasti colpiti, per passione o per invidia, dalla leggendaria immagine del protagonista di American Gigolo mentre fa palestra, dall’altro la biografia del ministro delle Infrastrutture non riporta di ruoli sullo schermo se non una partecipazione alla Ruota della Fortuna.
Il tema in questione è invece quello dei migranti che ha portato a duellare dialetticamente due figure così distanti fra loro. Il precedente è datato 2019 quando per l'attore si parlò di una chiamata a testimoniare nel processo all’allora ministro degli Interni, accusato di sequestro di persona aggravato per aver impedito lo sbarco di oltre 150 migranti dalla nave Open Arms in un porto italiano. Gere in quei giorni si era speso per portare in prima persona viveri direttamente sulla nave all’ancora nelle acque di Lampedusa e Salvini, alla notizia della possibile convocazione in aula dell'attore aveva commentato sprezzante: «Se chiamano lui, io chiamerò mia mamma». Alla fine il protagonista di Ufficiale e gentiluomo non fu convocato e anche mamma Salvini poté starsene a casa, ma ora siamo al secondo capitolo di quella tenzone.
La rivista Vanity Fair ha infatti pubblicato un’intervista all’attore che si è detto sconcertato di come in un paese cristiano come l’Italia possa esserci un governo di estrema destra che demonizza i migranti invece di aiutarli. «Cosa avrebbe fatto Cristo in una situazione del genere? - si domanda Gere -. Sicuramente non avrebbe fatto distinzioni di razza o colore della pelle». Il suo consiglio ai membri del governo è quello, invece di demonizzarli, di trascorrere come ha fatto lui del tempo con i migranti per cercare di comprendere la loro situazione. A stretto giro di posta è arrivata la piccata risposta via social del vicepresidente del Consiglio: «Attenzione! Richard Gere ammonisce gli italiani. Ho l’impressione che questo signore hollywoodiano abbia una visione piuttosto distorta di quanto avviene in Italia, ossessionato dal razzismo». A parte il fatto che non capiamo come il razzismo possa essere un’ossessione e non un problema da affrontare e combattere senza se e senza ma.
Del resto, si sa, ormai sui social vale tutto e quindi facciamo finta che questo affermazione non sia in realtà rivelatrice di una inconsapevole sottovalutazione di un eterno dramma storico. Ma quel che è peggio è derubricare una figura come quella di Gere a “questo signore hollywoodiano”, con velato riferimento al fatto che una star non possa essere credibile quando parla di temi civili. Forse Salvini non lo sa ma il bel Richard è: cofondatore della Tibet House, creatore della Fondazione Gere e presidente del CdA per l’International Campaign for Tibet, sostenitore di Survival International, organizzazione che difende i diritti umani dei popoli indigeni di tutto il mondo, consigliere di amministrazione del Healing the Divide, organizzazione che sostiene le iniziative globali per promuovere la pace, la giustizia e la comprensione e finanziatore dell’AIDS Care Home in India per donne e bambini affetti da AIDS. L’elenco potrebbe continuare ma ci fermiamo qui ricordando che prima di parlare forse è meglio fare.
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