OMICIDIO
Rina Fort, la belva di via San Gregorio
Il caso clamoroso di metà ‘900: le prove sono schiaccianti, ma lei negherà per sempre di aver ucciso i bambini

La Corte di Assise si è ritirata in Camera di Consiglio alle 16:58 e dopo sole due ore ha deciso: ergastolo. Caterina “Rina” Fort, la “Belva di via San Gregorio”, era capace di intendere e di volere quando ha commesso la strage. È il 9 aprile 1952, da sei anni l’attenzione del Paese per questa storia è morbosa. E adesso è veramente finita. Tutto è iniziato domenica 29 novembre 1946, a Milano. Dopo la guerra c’è una gran voglia di tornare a vivere: entra in commercio la Vespa, Wanda Osiris canta “Portami tante rose”, il Totocalcio fa sognare gli italiani, così come il nuovissimo concorso di Miss Italia. In mezzo alle macerie, però: a Milano 15.000 edifici sono da ricostruire, i senzatetto sono circa 400 mila. Mancano carbone e cibo e la borsa nera fa affari d’oro. Quella sera del 29 novembre Rina Fort esce dalla pasticceria di via Settala 43 e raggiunge via San Gregorio 40. Poche centinaia di metri. La serratura del Palazzo è rotta, entra.
Rina, 31 anni, minuta, occhi neri e sguardo intenso, non ha avuto una vita facile. Friulana di Budoia, a 11 anni ha visto suo padre morire cadendo in un crepaccio durante una gita per funghi. A 16 anni il suo ragazzo è morto di tubercolosi. Si è sposata a 22: la prima notte di nozze il marito l’ha legata al letto e l’ha picchiata. Annullato il matrimonio si è trasferita a Milano, ha fatto la commessa e ha conosciuto Giuseppe “Pippo” Ricciardi. 40 anni, siciliano, proprietario di un negozio di tessuti. L’uomo ha un curriculum non proprio illibato: assegni a vuoto, qualche notte in galera. Ma lei si è innamorata e sono diventati amanti.
Da qualche mese però la moglie di Pippo, Franca, e i tre figli - rimasti a Catania per la guerra - lo hanno raggiunto a Milano, e la storia è finita. La sera del 29 novembre Ricciardi è a Prato, per affari. Rina sale al primo piano e affronta Franca, che peraltro è incinta del quarto figlio. Bevono un liquore e Franca le intima di lasciar perdere il marito. E inizia la mattanza. La mattina dopo la commessa del negozio di tessuti trova i corpi: Franca, Giovanni (7 anni), Giuseppina (5) e Antonio (10 mesi) sono stati massacrati con una sbarra di ferro. La scena è talmente raccapricciante che il fotografo del «Corriere Lombardo» esce dall’appartamento e vomita l’anima.
La Fort viene arrestata subito. Le prove, schiaccianti: il suo cappotto è macchiato di sangue. Resiste però a 80 ore di interrogatorio del mitico commissario Mario Nardone - il “Maigret italiano” - prima di confessare. Poi ritratta in parte: i figli non li ha uccisi lei, ma un complice che l’ha anche drogata. E il mandante è Pippo Ricciardi. I giornali vanno a ruba, il Paese è sconvolto e, diviso tra innocentisti e colpevolisti, segue morbosamente il caso.
Il processo inizia il 10 gennaio 1950, davanti al tribunale tra la folla si vedono cartelli con la scritta “al rogo la strega”. Ma nasce anche una sorta di moda, e molte donne iniziano a indossare guanti e cappotto neri e si coprono il viso fino agli occhi con una sciarpa giallo canarino: l’abbigliamento di Rina. Il verdetto è scontato: Ricciardi e il presunto “complice” prosciolti, ergastolo per Rina.
Quel caso fece storia. Il fascismo aveva quasi vietato la “cronaca nera”, per dare l’impressione di avere sotto controllo l’ordine pubblico. Tutto falso, ovviamente, ma in linea con l’idea del regime di un Paese ordinato e sicuro. Con Rina Fort invece la “nera” fece irruzione nella società, qualche anno prima del caso di Wilma Montesi. Quel delitto passionale scatenò una sorta di perversa fascinazione morbosa, alimentata dai dettagli più scabrosi pubblicati senza ritegno dai giornali. Viene da domandarsi se oggi le cose siano cambiate e quale sia la responsabilità della stampa, della televisione e del web.
Rina scontò la pena nel carcere di Perugia. Una detenuta modello, graziata nel 1975 dal presidente Giovanni Leone. Era un’altra Italia e il “caso Fort”, ormai archiviato, non fece scalpore. Morì a Firenze nel 1988, dove si era trasferita sotto falso nome, negando per sempre di aver toccato i tre bambini.
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