BACK TO SCHOOL
Cambiamo prospettiva: ragazzo, cosa sai fare?
Si deve insegnare ad argomentare e scegliere un pensiero critico. La frustrazione legata allo sbaglio sta nel non partire da ciò che piace

Arrivare alla meta formulando domande che, partendo dall’esperienza, ponendo quesiti su problemi concreti da risolvere, siano un percorso attivo nel processo che porta alla conoscenza. Cambiando la prospettiva con la quale, in una società che si presenta come sempre più performante in ogni ambito, viene guardato l’errore. Termine che già nella sua etimologia contiene il tema del “girovagare” senza una meta certa. Ma sul cui viaggio la scuola oggi può fare tanto. Partendo però dal cambiare prospettiva. Non è facile, ma ci sono esempi interessanti di molte scuole e sperimentazioni ministeriali. E mettere la valutazione e il ruolo dell’errore sotto un altro punto di vista può essere un modo importante per affrontare anche il nuovo anno scolastico.
«Nella scuola c’è ancora oggi molta attenzione a ciò che non funziona nei ragazzi – spiega Raffaella Pasquale, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva, autrice tra l’altro di saggi sui servizi educativi –: viene messo sotto la lente di ingrandimento lo scarto tra le aspettative degli insegnanti e ciò che i ragazzi fanno. Si dovrebbe invece partire da quello che i ragazzi sanno già fare e sugli aspetti motivazionali per arrivare alla meta, più che sulle nozioni. Proprio perché l’apprendimento non è riempire con nozioni, ma formulare domande: da qui parte il processo di conoscenza». La frustrazione legata all’errore sta proprio qui: nel non partire da ciò che piace ai ragazzi, ma da quello che dovrebbero essere secondo gli adulti. E cambiare le prospettive può aiutare a creare un nuovo percorso cognitivo. «Certo che l’errore e la correzione dell’errore ci stanno – puntualizza Pasquale –, ma partendo appunto da domande che stimolino le soluzioni. In questo modo l’apprendimento rende i ragazzi più attivi, applicandosi in contesti dove vengono poste domande e si trovano insieme le soluzioni. Credo che la cosa più importante sia che dobbiamo insegnare a pensare, argomentare, disquisire, scegliere un pensiero critico più che concentrarsi su informazioni. L’errore dunque diventa utile per promuovere la conoscenza, non come base per una valutazione». Ecco dunque come oggi più che mai sia necessario creare contesti di classe dove tutti sono inclusi e «ognuno è giusto per quello che fa: siamo tutti diversi e, partendo dall’idea che nessuno è un errore, la classe può trovare accordi, i ragazzi si possono collegare al loro modo di essere». Gestire la classe come «organismo, come armonia, non come gruppo a cui trasmettere solo contenuti» non è una sfida facile, ma, prosegue la psicologa, «il ruolo dell’insegnante deve essere quello del mediatore fra relazioni, deve essere curioso di che cosa vivono e sanno fare i ragazzi, raccogliere la dimensione dell’esistere, farli sentire importanti per quello che sono. Nella nostra scuola domina ancora un po’ la cultura del “si è sempre fatto così”, ma in un momento in cui abbiamo a che fare quotidianamente con smartphone e intelligenza artificiale il tema non è quello di riempire di contenuti, perché le formule, gli esercizi e le loro soluzioni in questo senso li abbiamo in tasca. Se un ragazzo non capisce una spiegazione a scuola, la va a cercare su un tutorial. Per questo i programmi vanno fatti dall’insegnante su misura per la classe, per capire che cosa serve davvero».
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