L’UNIVERSO META
Senza i social i bimbi salvano il mondo
Il blocco di martedì ha gettato nel panico milioni di utenti

Facebook down. Instagram down. Tutto l'universo Meta down. L'allarme è scattato intorno alle 16 di martedì 5 marzo, quando le applicazioni del fantastico mondo creato dalla mente di Mark Zuckerberg hanno, in gergo “tecnico”, sbattuto fuori utenti di tutto il mondo. Nell'arco di mezz'ora, oltre 500mila le segnalazioni al customer care di Meta, divenute poi milioni con il passare del tempo.
Subito, in quei febbrili momenti, si sono iniziate a spargere voci di ogni genere. No, non che avesse segnato anche Zoff di testa su calcio d'angolo come nella storica Italia-Inghilterra di Fantozzi,, ma idee ben più balzane e paranoiche, prima fra tutte ovviamente quella dell'intervento di hacker russi, bollati all'istante come responsabili della manomissione dei social network più diffusi al mondo, pronti a prendere il potere e a mangiare tutti i bambini come solo i comunisti sanno fare...
A tal proposito, ci ha fatto scompisciare dal ridere la battuta di un amico che ci ha scritto: «Ho visto “Alba Rossa”, so cosa fare», facendo riferimento al film degli anni '80 di John Milius nel quale i russi invadono gli Stati Uniti e un gruppo di ragazzini si ritrova a guidare la resistenza contro il pericolo sovietico. Erano tempi nei quali la propaganda reaganiana impazzava e, parallelamente ad essa, gli infiniti mondi dell'universo targato Steven Spielberg ci avevano convinto che quattro o cinque bambini o poco più potessero davvero salvare il mondo, gioiosa metafora di quelle magnifiche avventure che solo a quell'età si possono vivere con innocenza e spensieratezza.
Ma ora il mondo è cambiato e poche ore senza social network scatenano il panico, tanto che la risata è stata più amara di fronte alla stilettata di un altro amico: «Esci per strada e parla con le persone, ci hai mai pensato?». Già, perché ci è venuto in mente quanto i social abbiano creato il paradossale fenomeno di allontanarci, esattamente il contrario di quella che doveva essere, almeno nelle intenzioni iniziali, la loro funzione primaria.
Chi scrive queste righe non può che ammettere di essersi trovato spiazzato di fronte a questo fenomeno: in fondo i social network, al di là di trascorrere il tempo facendo scorrere cretinamente la propria bacheca sperando che compaia un post interessante, per un giornalista possono essere uno strumento estremamente utile e vedersene improvvisamente privati ci ha fatto immaginare cosa accadrebbe se da un giorno all'altro ci venisse impedito di usarli.
Un balzo indietro a quel tempo in cui per parlarsi bisognava vedersi fisicamente o quanto meno farlo a voce per telefono e nel quale i tuttologi esistevano solo al bar dopo il terzo bianchino. Ma non vogliamo scadere nella retorica spiccia, quel che ci interessa è riflettere semmai su quanto l'era tecnologica abbia legato a doppio filo le nostre vite al funzionamento di una macchina, come è in fondo ciò che governa i social dei quali ci nutriamo quotidianamente.
L'idea che, se la macchina non funziona, le nostre vite possono essere rivoluzionate, ci fa sentire impotenti come David, il protagonista di “2001: Odissea nello spazio”, solo nel vuoto di fronte al portellone chiuso dell'astronave.
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