GUERRE E MASSACRI
Usciamo dalla nostra zona d’interesse
Un film ci fa capire che i colpevoli del male siamo noi che lo ignoriamo

Sono trascorsi due anni dell'invasione dell'Ucraina e quasi cinque mesi dallo scoppio della guerra fra Hamas e Israele. Decine di migliaia di persone sono morte e tutto ciò non ha portato assolutamente a nulla. Mesi e mesi di combattimenti, da un lato per la conquista di pochi metri di terra da parte dei due contendenti, dall'altro in una sorta di assedio medievale nel quale un esercito è schierato fuori dal castello e continua a colpire, sperando che, per consunzione, chi sta dentro le mura si arrenda o faccia in ogni caso la fine del topo.
Due guerre di posizione, statiche, delle quali ormai si stanno accorgendo solo i morti innocenti. Già, perché, al di là dei governi che si coprono di ridicolo giocando al teatrino della diplomazia, quanti vivono la propria giornata preoccupati per quanto accade in questi due contesti?
“Ma cosa possiamo farci?” è la prima domanda che ci si può porre. In fondo, nel nostro nido sicuro di una esistenza così filosoficamente distante dal concetto di guerra, è anche normale che tutto questo venga visto come lontano, soffuso. Sentiamo i suoni di sottofondo quando alla tv il telegiornale ne parla, ci indigniamo se qualche poliziotto mena a sangue chi manifesta contro il massacro di innocenti e ce ne torniamo a occuparci delle nostre faccende. Il lavoro, i figli da mandare a scuola, le chiacchiere con gli amici, un libro o magari una serie tv e poi il giorno dopo si riparte con la stessa routine, dimenticandoci che a pochi passi da casa nostra, persone come noi muoiono ammazzate da altre persone come noi.
“Chi uccide non è come me!” Ecco un'altra obiezione classica, che ci aiuta ad aumentare istintivamente la distanza tra noi e l'orrore, una facile distinzione che ci rassicura. Perché noi siamo i buoni, quelli sono mostri. Ma è proprio così? Siamo sicuri che stare al di qua, fingendo che al di là non succeda niente, ci renda così buoni? In realtà siamo solo stati abili a creare la nostra comfort zone, o meglio, la “zona d'interesse”, come da titolo di un film presente nelle sale cinematografiche in questi giorni. Ovvero quel luogo nel quale possiamo farci gli affari nostri e il mondo che s'impicchi, con tutti i suoi problemi che noi non possiamo risolvere.
È quello che accade alla famiglia protagonista del film, quella di Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz. Eppure quella famiglia, una moglie, quattro bambini e un cane, vive di fianco al campo di sterminio: non può non vedere e non sapere. Durante le chiacchiere con le amiche o i giochi in giardino si odono le urla, gli spari, eppure la preoccupazione massima è spazzare dalle verdure dell'orto quella fastidiosa cenere che arriva dai camini del campo. È la situazione estrema quella del film, ma deve farci pensare che, se allora la propaganda fornì una comoda scusa per accettare l'orrore, ora noi dobbiamo fare di tutto per lavorare sulle generazioni future perché comprendano perché continua ad accadere.
Non manganellando chi protesta, bensì guardando e facendo vedere ai nostri figli un film come “La zona d'interesse”. Se noi ci sentiremo in colpa e loro comprenderanno che l'indifferenza al male è il primo passo sulla prima strada che porta a certi orrori, avremo compiuto un grande atto educativo. Perché per la nostra stupida generazione l'attualità ci spiega che è tardi. Per le prossime, forse c'è ancora speranza.
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