MONTAGNA
Valceresio, un territorio da scoprire
A Viggiù recuperata e riportata a nuova vita la Cava Giudici, una prodezza della natura scavata negli anni

Tic, tic, tic. Era il rumore che si sentiva, una volta, salendo a Viggiù dalla bassa Valceresio. Era il rumore degli scalpellini che lavoravano la pietra del luogo. Prima, però, bisognava estrarla dalla roccia della montagna, in una sorta di vero e proprio “parto”. Oggi le “figlie” di quell’attività sono le cave rimaste sul territorio che, negli scorsi decenni sono rimaste orfane, abbandonate un po’ a se stesse. Negli ultimi anni, invece, si sta assistendo a una riscoperta di questi siti, recuperati e utilizzati come luogo ideale per il turismo, le passeggiate e l’omaggio di una storia gloriosa dei tempi che furono, tramandata alle future generazioni. Come avvenuto recentemente a Viggiù, dov’è stata inaugurata la Cava ex Cooperativa Marmisti (o Giudici), recuperata e riportata a nuova vita.
Quando compare davanti, provenendo dal bosco, la sensazione è quella di trovarsi al cospetto di una cattedrale. Sembra un tempio, coi suoi pilastri, le navate, le decorazioni. Una prodezza della natura, ma anche dell’uomo che, col lavoro, la fatica e la maestria, l’ha scavata nel corso degli anni. L’impatto è decisamente forte: sbucando l’angolo, da via Carrà, a circa 15 minuti a piedi dal centro di Viggiù, si resta di stucco. Sostanzialmente ci si trova davanti a una collinetta dov’è stata tolta la vegetazione, per poter far risaltare quella che, una volta, era una cava dove si estraeva la pietra che ha reso celebre la Valceresio in tutto il mondo. Dall’ingresso si possono scorgere le viscere della terra, dove l’uomo andava a scavare, conquistando centimetro per centimetro quel materiale tanto prezioso. Erano i tempi dei cavatori e dei picasass mentre, d’ora in poi, il sito avrà una fruizione turistica.
Il percorso creato, infatti, sale slalomeggiando sul lato destro della cava, ricavando più punti di osservazione e di scoperta del tempo che fu. Un tempo in cui, venendo a Viggiù, la colonna sonora era scandita tutto il giorno dal tic tic tic dello scalpello dei lavoratori della pietra. Oggi, invece, a rimanere di sasso è il visitatore. Il posto più iconico della Cava Giudici è di sicuro la balconata realizzata praticamente a picco sull’antro della cava, dove si può accarezzare anche la roccia tendente al grigio chiaro, entrando quasi in simbiosi con questo luogo. Ma da qui, con le rocce protette dalle reti paramassi, si potrà ammirare anche un panorama inedito su una Viggiù abbarbicata in cima alla valle. A rendere il tutto ancor più spettacolare, è stato pensato un sistema di illuminazione notturna a tempo, alimentato col fotovoltaico, che regalerà anche emozioni notturne. Infine, si è collegato anche con un sentiero che porta al Colle del Sant’Elia, al Monte Orsa e tutta la fitta rete di percorsi di questo comprensorio che regala anche splendidi panorami sulle Alpi e sul Lago Ceresio.
La cava, che in gergo si chiamava predera, è stata sfruttata sin dall’inizio del secolo scorso per l’estrazione della pregiata pietra locale, nota con il nome di “Pietra di Viggiù”, ampiamente utilizzata in passato per opere architettoniche e scultoree. Il sito rappresenta una testimonianza unica di coltivazione in sotterraneo a “punta e mazzetta”, a opera dei cavatori (picasass), lungo gli strati di roccia del Calcare di Saltrio, facente parte della successione geologica che costituisce il Monte San Giorgio, iscritto alla lista del Patrimonio mondiale Unesco. Con un’inclinazione di 30/40 gradi, la cava affonda a ripiani nel ventre del colle Sant’Elia e ogni ripiano è intervallato da grandi e strette colonne alte circa 6 metri, che impediscono al soffitto di franare. Si notano oggi rovine e sfasciume di pietre sul fondo e degli incavi quadrati nella roccia, in cui venivano inseriti i ferri a coda di rondine che servivano a reggere le carrucole. Un sistema di lavorazione ricordato anche da un vecchio argano posizionato nei pressi dell’antro, rendendo così ancor più comprensibile il lavoro duro dell’epoca di cui, oggi, resta un’eredità di omaggiare e ammirare.
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