VIGORESSIA
“La fame di grandezza” che coinvolge corpo e mente

Ci vuole un fisico bestiale» cantava Luca Carboni all’inizio degli anni Novanta. Sì, ma a patto che non diventi un’ossessione. Come accade con la vigoressia, o bigoressia (che deriva dall’inglese, big, grande, e dal latino orexis, appetito): letteralmente “fame di grandezza” ovvero il desiderio di possedere un corpo sempre più muscoloso e più asciutto.
La perfezione dell’immagine ideale diventa la condizione di vita e la preoccupazione costante di possedere un fisico poco prestante o troppo magro porta alla perdita della percezione oggettiva del proprio corpo. Per tale ragione è stata definita anche anoressia inversa. L’individuo, nello specchiarsi, non vede riflessa la propria immagine reale, ossia di un fisico atletico, ma vede un’immagine magra e fuori forma. «Perché di solito a nessuno vai bene così come sei» proseguiva il cantautore bolognese, andando a colpire nel segno.
La vigoressia, infatti, può essere considerata come il frutto di un iniziale meccanismo di compensazione, dove la scarsa autostima viene equilibrata dall’esibizione del proprio fisico. Individui dalla bassa autostima hanno una maggiore tendenza a sviluppare una preoccupazione ossessiva per il proprio corpo e tutte quelle manie che la caratterizzano.
È una patologia mentale tipicamente maschile, che si manifesta soprattutto tra l’adolescenza e l’età adulta: i soggetti più a rischio sono quelli appartenenti alla fascia d’età tra i 25 e i 35 anni, seguiti sempre più da quelli tra i 18 e i 24.
La scarsa autostima e i modelli sbagliati imposti dai mass-media, il più delle volte orientati al “magro è bello”, rappresentano il principale volano per la vigoressia. Non si tratta della semplice ricerca della forma fisica perfetta che spesso caratterizza le comunità dei culturisti, ma di una malattia che condiziona pesantemente la vita di chi ne soffre. «Si cade in quella che è una vera dipendenza fisica e psicologica - spiega Maurizio Valenti, istruttore federale e personal trainer US ACLI -. Frequentano tutti i giorni la palestra trascurando la loro vita sociale e incorrendo anche nel rischio di sovrallenamento, cosa da non sottovalutare assolutamente. La palestra è come una banca: vi porto i miei risparmi ma serve tempo per vederli fruttare. Così l’allenamento: deve essere misurato e sono spesso i giusti giorni di riposo quelli più utili a creare la massa muscolare».
Valenti sottolinea un altro aspetto fondamentale per capire in quale tunnel finiscano i vigoressici. «In rete non c’è alcun controllo, vengono divulgate informazioni spesso non veritiere ma loro sono così presi e convinti da quel che leggono che diviene la loro bibbia. Spesso mi è capitato di correggere la tipologia di esercizi che svolgono in palestra ma vieni snobbato, non considerato e questo è spaventoso. Senza dimenticare che per la fretta di arrivare ad ottenere un fisico sempre più perfetto spesso ricorrono a scorciatoie non proprio corrette: tramite personal trainer senza scrupoli o con l’aiuto di internet, dove si trova ormai di tutto».
Non è sempre facile distinguere la vigoressia da una sana passione per lo sport. In linea generale possiamo dire che i vigoressici trascorrono molto tempo a osservarsi allo specchio e a confrontare il proprio aspetto con quello degli altri. Trovano continuamente imperfezioni e soffrono se sono costretti a saltare un allenamento in palestra o a non poter seguire il regime alimentare iperproteico che si sono imposti. Per raggiungere il traguardo prefissato - impossibile perché c’è sempre qualcosa da migliorare - abusano di integratori alimentari e sono pronti a fare uso di sostanze anabolizzanti (steroidi) pur di aumentare la propria massa muscolare, mettendo in serio pericolo la salute. Tutta la loro vita ruota attorno alla cultura del corpo, lasciando in secondo piano lavoro, studio, famiglia e rapporti sociali. L’unica cura può essere il sostegno di uno psicoterapeuta specializzato, abbinato al supporto delle persone che gli stanno intorno, perché spesso il soggetto non si rende conto del proprio stesso disagio e trova i suoi comportamenti assolutamente normali e condivisibili.
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