A(SOCIAL)E
Burnout algoritmico e ghost post
È la stanchezza mentale causata dall’essere continuamente esposti a contenuti decisi dagli algoritmi dei social
Nel teatro infinito dei social network, dove ogni notifica è un sipario e ogni like una standing ovation, la scena è occupata dalle piattaforme che, come i protagonisti di una soap, cambiano personalità spesso. Threads ha rubato il ruolo da protagonista a X: nel 2026 è più popolare della ex Twitter in termini di utenti attivi su mobile, un sorpasso che è l’equivalente digitale di superare la fila al bar senza fare la coda. TikTok mette l’utente al comando della propria dieta digitale: ha introdotto nuove impostazioni per controllare quanto contenuto generato dall’IA compare nella home, come se potessi scegliere tra “solo video buffi di gatti” o “solo catastrofi globali in formato verticale”. Anche Instagram non sta a guardare: con i nuovi Ghost Posts, i post che scompaiono dopo 24 ore, l’esperienza d’uso diventa più effimera. E se volessimo disintossicarci da questa febbre digitale? Uno studio ha scoperto che una settimana senza social può ridurre ansia, depressione e insonnia nei giovani. Insomma, non è magia: è solo l’effetto collaterale del non guardare ogni tre minuti chi ha messo il like a cosa. Infine, tra algoritmi che cercano di incastrare l’IA nel feed perfetto, burnout digitale e trend che nascono e muoiono in 24 ore, sembra che la vera evoluzione dei social sia la nostra capacità di riderci sopra (o di piangere sui meme che non hanno ottenuto abbastanza cuori).
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