L’IMPRESA
Da Malnate sulle tappe del Giro. Il prof Albrigi in bici a 69 anni
L’ex docente del Ferraris ha macinato 450 chilometri fino a Selva di Cadore. «Avventura bellissima»
“Vado a vedere il Giro”. Di solito ci si piazza in sala davanti al televisore, chi lavora ritaglia istanti per assistere all’ultima volata. I più fortunati fanno pochi chilometri (in auto) e sostano in attesa sulla curva o il rettilineo meglio esposti.
C’è chi poi fa 450 chilometri in bici (no, non a pedalata assistita, bici da corsa vera e nemmeno delle più performanti) per vedere dal vivo una tappa dal terzo tornante del passo Giau, Selva di Cadore. Come il “prof” Paolo Albrigi, quasi 69 anni, per una vita docente al liceo Ferraris di Varese e prima anche in alcune scuole italiane all’estero. Ma chi gliel’ha fatto fare? Il primo pensiero ora che il Giro è finito e che pure i ciclisti prendono l’aereo per andare a Roma. «La domanda giusta non è perché, ma perché no» sentenzia al termine dell’avventura Albrigi da Malnate (impegnato nella vita civile e amministrativa e che segue ancora come volontario i giovani studenti che con fisica e numeri faticano un po’).
L’impresa in pillole: da Malnate a Bormio, Passo dello Stelvio, Merano, Lago di Carezza, Passo di Costalunga, Pozza di Fassa, Passo Pordoi e Selva di Cadore. Con saliscendi di tappe varie ma in sintesi questo il tragitto compiuto pedalando. Ben 6.500 metri di dislivello – perché limitare le salite? - meno di 5 giorni di avventura su e giù dai passi più belli e romantici e impegnativi delle nostre montagne per andare a spronare i corridori su quelle Dolomiti dove ci sono le sue origini – mamma Maria era di Pescul, Selva di Cadore – seguito dal nipote Giacomo in bici (bravissimo ma meno della metà dei suoi anni - raggiunto in auto in alcune tappe dalla moglie Isa e dalla sorella Lucia).
Un atleta nell’anima e nel cuore. «Un’avventura bellissima» dice Paolo Albrigi. La fatica non viene mai citata al contrario di panorami, incontri e del tour – pardon – del giro gastronomico serale.
Poi a Selva di Cadore, su vette che al mondo ci sono solo queste così spettacolari, vedi le mamme che già il giorno prima del passaggio della gara stendono i panni rosa, magliettine e t-shirt indossate dalle bambine durante l’estate. Vedi il popolo del Giro – modernissimo nel 2026 ma con qualcosa di antico nel cuore, nelle gambe e nella pedalata -, incroci gli entusiastici autisti dei pulmini che distribuiscono le grandi mani rosa con la “V” di vittoria, il lungo serpentone di moto della Polizia di Stato. Comprendi che la carovana del Giro non è solo gare e campioni ma un’italica esperienza che emoziona. Anche chi “pedalare” lo ha sempre e solo usato per tracciare la rotta nella propria vita.
© Riproduzione Riservata


