LE OPINIONI
Educazione da re? No, da reggiano
Gli asili che hanno colpito anche Kate Middleton hanno una lunga storia
Se qualcuno, nel maggio del 2026, avesse detto ai cittadini di Reggio Emilia che una principessa del Galles sarebbe atterrata in città nel suo elegantissimo completo ma con l'entusiasmo di una studentessa in gita, probabilmente si sarebbe pensato a uno scherzo. E invece è successo davvero. Kate Middleton ha scelto infatti proprio la città del Tricolore per il suo primo viaggio ufficiale all'estero dopo la malattia. Il motivo? Nessun ballo di gala o sfilata di moda, ma qualcosa di decisamente più rivoluzionario: andare a vedere da vicino come si crescono i bambini piccoli attraverso il celebre Reggio Emilia Approach. L’immagine di Kate che si accovaccia sulle ginocchia in piazza Prampolini come una qualsiasi mamma, o come avrebbe fatto la sua defunta suocera, per parlare con i bambini, introducendosi con un timido «I am Catarina», fotografa perfettamente l'incontro tra due mondi molto più vicini di quanto non si pensi. Da un lato la futura regina d’Inghilterra, da anni paladina della Early Childhood (la prima infanzia) con la sua fondazione. Dall'altro un modello educativo nato nel Secondo Dopoguerra e divenuto un vero e proprio esempio a livello globale. Un modello che ha fatto dire a Kate, uscendo dalla scuola d'infanzia Allende: «Avrei voluto che la mia scuola fosse così». Ma in cosa consiste questo approccio che fa innamorare persino i reali britannici? Tutto nasce dall'intuizione di un pedagogista visionario, Loris Malaguzzi, e di un gruppo di genitori che con lui, tra le macerie della guerra, decisero di investire sul futuro costruendo asili autogestiti. Un progetto che trovò compimento coi primi istituti nel 1963. La filosofia di fondo è tanto semplice quanto potente: il bambino non è un vaso vuoto da riempire di nozioni, ma un soggetto autonomo, forte, ricco di potenzialità e portatore di diritti. Malaguzzi parlava dei «cento linguaggi dei bambini»: l'idea che i più piccoli abbiano cento modi diversi di pensare, di esprimersi, di giocare e di capire il mondo, attraverso il disegno, la musica, la manipolazione, l'argilla, l'ombra e la luce. Spesso la scuola tradizionale ne “ruba” la maggior parte, imponendo standard rigidi per quella strana pigrizia che spesso ostacola il progresso. L’approccio reggiano, invece, fa di tutto per tenerseli stretti tutti e cento. Nelle scuole che seguono questo metodo non si trovano file ordinate di banchi grigi e noiosi, bensì l'Atelier, uno spazio creativo dove si sperimenta con materiali di recupero, e le "piazze" interne che incentivano l'incontro fra i bimbi. Persino l'ambiente fisico viene quindi considerato a tutti gli effetti un elemento educativo, progettato per stimolare la curiosità naturale, la bellezza e l’esplorazione. E così, una volta tanto, possiamo farci un po' di complimenti anche noi italiani. La nostra eccellenza come paese non è fatta solo di ottimo cibo, anche se la principessa non si è fatta mancare una lezione di pasta fresca sulle colline parmensi prima di ripartire, o di monumenti storici. C'è un'Italia che esporta pensiero, cura e innovazione sociale. Come il Reggio Emilia Approach, filosofia che mette al centro le relazioni, l'ascolto e la comunità. Un'eccellenza che dalle piazze emiliane arriva fino a Buckingham Palace. Dove forse, d'ora in poi, gli invidiati principini inizieranno a giocare anche con i materiali di riciclo...
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