NON SOLO BRINDISI
Giovani, lavoro, futuro: gli auguri del prefetto Pasquariello
A Villa Recalcati il tradizionale incontro di Natale: bilancio, prospettive, auspici
Come ogni anno, il momento degli auguri natalizi a Villa Recalcati ha rappresentato un momento propizio per parlare del territorio, tracciare un bilancio dell’anno che si sta ormai per concludere e disegnare le rotte da seguire per i prossimi dodici mesi. Tutto questo è stato racchiuso nelle parole che il prefetto di Varese Salvatore Pasquariello, padrone di casa, ha pronunciato nel consueto discorso.
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In questo incontro in cui tradizionalmente ci scambiamo gli auguri natalizi, desidero condividere con voi due riflessioni fondamentali per la nostra vita comunitaria e per il futuro della nostra società: il valore sociale e costituzionale del lavoro e la crescita integrale delle nuove generazioni nella dimensione digitale contemporanea, in un tempo in cui lavoro, giovani, sicurezza, educazione e coesione sociale ritengo non possano essere affrontati separatamente. Viviamo probabilmente una stagione che chiede alle istituzioni non solo di amministrare, ma anche di dare senso.
Il lavoro: un valore costituzionale e un impegno quotidiano
A fine ottobre ho partecipato alla significativa cerimonia al Quirinale in cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha conferito importanti onorificenze a due figure esemplari dell’imprenditoria varesina: Rinaldo Ballerio, uno dei 25 insigniti nel 2025 del titolo di Cavaliere del Lavoro; Toto Bulgheroni, uno degli otto premiati con il distintivo d’oro per i 25 anni di appartenenza all’Ordine dei Cavalieri del Lavoro. Insieme a loro è stata anche premiata con l’attestato d’onore di “Alfiere del Lavoro”, tra i 25 in tutta Italia, la giovane gallaratese Sofia Soldavini per l’eccellenza del suo percorso scolastico e formativo. Questo è stato un momento di grande orgoglio per il nostro territorio e un richiamo forte al significato profondo del lavoro nella nostra Repubblica. La Costituzione ci indica con chiarezza la strada. L’articolo 1 afferma che: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Questo principio non è un mero enunciato simbolico, ma è ciò che tiene insieme dignità personale, responsabilità sociale e sviluppo comunitario. E questo principio trova il suo completamento nell’articolo 4, che spesso viene nominato meno, ma che è decisivo ed è uno degli articoli che cito spesso: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società».
Il lavoro è dunque diritto, ma anche dovere. E questo dovere riguarda tutti, in ogni età della vita. Vale per chi studia. Vale per chi lavora. Vale per chi amministra. Vale per chi ha sbagliato ed è chiamato a ricostruire. Perché il lavoro non è solo reddito: è dignità, regola, appartenenza. È il fondamento stesso della convivenza civile. In questa cornice, desidero richiamare, tra le altre, tre iniziative locali che incarnano questa centralità del lavoro:
Sicurezza sul lavoro
Il 12 novembre 2025 è stato rinnovato a Varese il “Protocollo d’Intesa per la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro”, siglato da un’ampia compagine di enti, istituzioni, imprese, sindacati e università, sotto la guida della Prefettura, della Camera di Commercio e di altri partner territoriali, tra i quali l’INAIL, l’ATS Insubria, l’Ispettorato territoriale del lavoro, l’Ufficio scolastico territoriale. Questo impegno condiviso non riguarda la sola conformità normativa, ma vuole fare della prevenzione un valore etico e culturale, attraverso formazione, analisi dei rischi e diffusione delle migliori pratiche negli ambienti di lavoro. Si tratta di un modo concreto per promuovere condizioni di lavoro dignitose per tutti.
Carcere e lavoro
Il 3 dicembre 2025 abbiamo fatto il punto sui risultati del “Protocollo d’Intesa per promuovere e sostenere il reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute, ex detenute e in esecuzione penale esterna”, attivo dal luglio 2024. Questo progetto mette al centro l’inclusione sociale e lavorativa delle summenzionate persone, con percorsi personalizzati di formazione, attività occupazionali, laboratori e sostegno alla relazione familiare. È un modello di legalità attiva, perché il lavoro – oltre a dare dignità – può essere strumento di reale reinserimento nella comunità, contribuendo alla sicurezza collettiva e alla riduzione della recidiva, che, secondo una ricerca del 2023 del CNEL - Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, si abbatte (per i detenuti che, una volta usciti dal carcere, lavorano) dal 70% al 2%. In entrambe le Case circondariali della provincia sono state avviate varie esperienze di formazione e lavoro.
Titolari di protezione internazionale e lavoro
Il 3 dicembre 2025 abbiamo fatto il punto pure sui risultati del “Protocollo d’Intesa per favorire l’inserimento di titolari di protezione internazionale”, attivo anche questo dal luglio 2024. L’inserimento nel mondo del lavoro di coloro che hanno trovato protezione nel nostro Paese non è solo un aspetto dell’accoglienza civile e un’opportunità per i medesimi e per le aziende – sono stati assunti una decina di essi – ma anche un modo per trasformare l’incontro tra culture in opportunità condivise, rafforzando coesione sociale, crescita economica e responsabilità civica. Queste iniziative – la promozione della cultura della prevenzione nei luoghi di lavoro, il reinserimento sociale dei detenuti e l’inclusione lavorativa dei titolari di protezione internazionale – mostrano che il lavoro, in tutte le sue declinazioni, rimane un pilastro fondamentale non solo dell’economia, ma anche dell’etica e del bene comune. In aggiunta a queste iniziative, mi fa piacere menzionare – e così tocco contemporaneamente i due temi che sto trattando – il progetto “On the road”, giunto alla quarta edizione nella provincia di Varese (all’ultima hanno partecipato 36 ragazzi tra i 16 e i 22 anni), dal settembre scorso anche oggetto del protocollo nazionale sottoscritto al Viminale dal Ministro dell’interno, dal Ministro delle infrastrutture e dei trasporti e dal Presidente dell’associazione “Ragazzi on the road”. Si tratta di una cosiddetta esperienza di realtà, educazione “reale”, senza filtri, una settimana che cambia lo sguardo dei giovani su sicurezza e legalità; essi vivono sul campo l’impegno di chi lavora per la collettività (Forze dell’ordine, Polizie locali e Sindaci, Vigili del fuoco, 112, Areu 118, Istituzioni e associazioni varie) e “fanno esperienza” sui mezzi di pronto intervento, direttamente sulla strada, in sicurezza in quanto preventivamente e adeguatamente formati.
Gli adolescenti, il digitale e le responsabilità educative
Quando parliamo di giovani, dobbiamo avere il coraggio di guardare la realtà senza pregiudizi e con il supporto della comunità scientifica. Per esempio, gli Stati Generali della Pediatria e la Società Italiana di Pediatria stanno lanciando da qualche anno un allarme chiaro: l’uso precoce, e non accompagnato da educatori, delle tecnologie digitali incide negativamente sullo sviluppo cognitivo, emotivo e relazionale di bambini e adolescenti. Parliamo di disturbi del sonno, difficoltà di attenzione o di concentrazione, difficoltà nel linguaggio, disturbi alimentari (anoressia, bulimia, obesità), aumento dell’ansia, isolamento sociale, fragilità emotiva, ecc. Questi dati trovano conferma anche nelle ricerche internazionali, come ad esempio quelle del professor Jonathan Haidt, che mostrano un incremento significativo dei disturbi ansioso-depressivi a partire dalla diffusione massiccia degli smartphone.
Come egli sostiene in “The Anxious Generation”, la crescita della diffusione dei social è direttamente collegata all’esplosione dei disturbi ansiosi e depressivi tra gli adolescenti. Dal 2010, con la diffusione degli smartphone, i tassi di depressione e autolesionismo in molti Paesi occidentali sono notevolmente aumentati, nelle ragazze sono letteralmente raddoppiati. La vita online diventa una vetrina ansiogena in cui si è sempre osservati e sempre giudicati. E tuttavia quasi nessuno riesce a tirarsene fuori.
La ragione per cui è così difficile uscire da questa “trappola del mercato” – lo ha scritto qualche giorno fa su “L’Avvenire” il giornalista Vittorio Pelligra – risulta da studi pubblicati recentemente sull’American Economic Review, i quali mostrano chiaramente come molti giovani continuino a usare i social non perché ne traggano un reale beneficio, ma per paura di essere tagliati fuori. Ma se potessero smettere tutti insieme, gran parte di loro lo farebbe. Al tempo stesso, però, temono che se fossero i soli a smettere di usare i social, allora perderebbero relazioni, informazioni, visibilità, visto che questi sono i canali principali. È ciò che gli autori dello studio chiamano una “social media trap”. È qui che va trovato un meccanismo di coordinamento. Un segnale che permette a tutti i ragazzi e le ragazze della stessa fascia d’età di uscire contemporaneamente – sottolineo “contemporaneamente” – da un ambiente che vivono come tossico, senza dover temere l’esclusione. Il risultato, secondo i dati dello studio, è quello di un incremento del benessere psicologico di tutti i soggetti coinvolti. Viene a correggersi così quella trappola collettiva che nessun ragazzo o ragazza potrebbe spezzare individualmente.
Così come il codice della strada suggerisce che è meglio guidare a destra dove tutti guidano a destra, lo studio suggerisce che conviene non usare i social quando si è troppo giovani, a patto che tutti gli altri ragazzi e le ragazze facciano lo stesso. Non è una limitazione della libertà ma un meccanismo di coordinamento che aiuta i giovani a fare ciò che già vorrebbero fare ma da soli non riescono.
Patti digitali di comunità
Che fare come comunità educante? Intanto, ignorare ciò che oggi sappiamo, cioè “il danno psicologico documentato, il senso di intrappolamento, il desiderio inconfessato di disconnessione”, significa abbandonare una generazione alla pressione di algoritmi potentissimi probabilmente progettati a fini di lucro e per creare dipendenza. In questo contesto nascono i patti digitali, nasce l’idea – già sperimentata in diverse realtà italiane – dei “Patti Digitali di Comunità”. Si tratta di alleanze educative locali in cui genitori, scuole, Comuni e altre Istituzioni, fedi religiose, associazioni e altri soggetti educativi si accordano su linee guida condivise per l’uso consapevole della tecnologia, stabilendo ad esempio età di consegna degli smartphone, regole sull’uso quotidiano e momenti di educazione digitale collettiva. Questi patti non sono semplici liste di regole: sono accordi educativi di comunità che promuovono dialogo, regole condivise e co-responsabilità tra tutti gli adulti che accompagnano la crescita dei nostri giovani. Oggi esistono oltre 160 patti attivati in diverse regioni italiane e varie scuole stanno adottando linee guida specifiche per regolare l’uso didattico e sociale degli strumenti digitali nella primissima infanzia e nella scuola primaria.
L’Università di Milano-Bicocca, insieme a varie associazioni, ha sostenuto la nascita di una rete nazionale con oltre 180 gruppi attivi. Anche nel nostro territorio, penso ai Comuni di Venegono Superiore e Venegono Inferiore, si stanno sperimentando percorsi significativi di collaborazione tra scuola, famiglie, parrocchie/oratori e istituzioni, in primo luogo i due Comuni. Mi è stato appena detto che anche Malnate ha un’esperienza del genere in corso. In questo senso, desidero chiedere a ciascuno di voi, prego ciascuno di voi, di aderire a questi patti ove venissero proposti alla vostra attenzione. E io stesso mi farò promotore di un approfondimento in proposito nella prima riunione del 2026 della Conferenza Permanente sulla legalità e sul disagio minorile, con l’eventuale, auspicabile inserimento del progetto nel connesso protocollo d’intesa che a breve rinnoveremo (quello sottoscritto nel giugno 2023 è in scadenza). A tal riguardo mi fa molto, molto piacere comunicarvi che giovedì scorso ho incontrato i sindaci e i consiglieri della rete dei consigli comunali dei ragazzi, ai quali ho chiesto di essere degli “alleati” in questo progetto. Si tratta degli stessi ragazzi che hanno portato qui in Prefettura giovedì scorso le palline per addobbare l’albero di Natale che avete visto entrando; vi invito a leggere i messaggi scritti dai ragazzi su queste palline, sono espressioni che riguardano i loro desideri – pace, rispetto dell’ambiente, comunità, una famiglia per ogni bimbo che viene al mondo, relazioni autentiche, possibilità di essere protagonisti. Mi sembra di percepire che ciascuno di essi voglia vivere relazioni reali, partecipare alla vita civica della comunità del proprio Comune e guardarsi negli occhi più di quanto non accada attraverso uno schermo. I patti hanno un grande merito: hanno acceso un faro su un problema reale, nel cui ambito, educare significa accompagnare, spiegare, responsabilizzare – oltreché proibire in modo assoluto in alcune fasce di età e in alcuni contesti, per esempio quando si è a scuola o quando si studia o quando si sta in famiglia per i pasti.
L’esempio degli adulti
Non possiamo chiedere ai giovani ciò che noi per primi non facciamo. La coerenza è il primo atto educativo. E poi, tre “a” dello psichiatra e psicologo Serge Tisseron: alternanza: proporre esperienze diverse dallo schermo; autoregolazione: aiutare i ragazzi a scegliere tempi e contenuti; accompagnamento: adulti presenti, che ascoltano e dialogano. Se predichiamo attenzione e poi siamo sempre con lo smartphone in mano, il messaggio non passa.
Comunità, Natale e responsabilità condivisa
E arriviamo al Natale. Lo spirito del Natale, per credenti e per non credenti, non è solo una festa, è un messaggio potente di cura, responsabilità, attenzione agli altri. Il Natale ci ricorda che nessuno è irrecuperabile. Che la fragilità non è una colpa. Che ogni persona, se messa nelle condizioni giuste, può rialzarsi. Parlare di lavoro, carcere, giovani, educazione digitale e sicurezza pubblica a Natale non è una forzatura. È il cuore stesso di questo tempo. Il lavoro restituisce dignità. L’educazione restituisce futuro. La responsabilità collettiva restituisce comunità. Il Natale ci ricorda che il futuro nasce sempre da una comunità che sceglie di prendersi cura dei più giovani. Se vogliamo davvero onorare il senso del Natale, dobbiamo farlo con scelte concrete: promuovendo lavoro dignitoso, perché crea sicurezza e coesione; accompagnando i giovani, senza abbandonarli né soffocarli; assumendoci, come adulti, la responsabilità educativa che ci compete. Il lavoro, l’educazione, la sicurezza, la crescita dei giovani non sono capitoli separati. Sono un’unica storia: la storia di una comunità che sceglie di guardare avanti e di volare alto. Ed è questa la sfida che, insieme, siamo chiamati ad affrontare. Una Repubblica fondata sul lavoro non è uno slogan. È una promessa che si rinnova ogni giorno.
Se vogliamo davvero onorare il Natale, dobbiamo chiederci non solo che cosa auguriamo ai nostri figli, ma che strumenti diamo loro per crescere. Con questo spirito, auguro a voi tutti e ai vostri cari “Buon Natale”.
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