GEOPOLITICA
«L’umanità venga prima del calcolo»: il messaggio forte di Magrini
Il presidente della Provincia, il mondo che va a pezzi e il richiamo alla coscienza e all’uomo
Scrivo questa riflessione da Presidente di Provincia, dunque da amministratore di una comunità concreta: strade, scuole, lavoro, fragilità, futuro. Ma scrivo anche — e prima ancora — da uomo che osserva il mondo in queste settimane e avverte un’inquietudine che non è più possibile archiviare come semplice “opinione”, come sfogo, come emozione passeggera.
La catena di responsabilità in Svizzera
Ho pensato molto prima di farlo ma… C’è un tempo in cui la politica locale può permettersi forse il lusso della distanza: «non ci riguarda», «non dipende da noi», «sono equilibri internazionali». C’è un tempo, però, in cui quella distanza diventa complicità, o almeno abitudine alla tragedia. Temo che noi siamo entrati in quel tempo. Penso, prima di tutto, alla tragedia di Crans-Montana. Penso a quei ragazzi morti. E mi domando — come cittadino e padre, prima che come rappresentante — di chi siano le responsabilità. Perché la responsabilità, quando è vera, non può finire tutta addosso agli ultimi gestori, comodi capri espiatori per placare l’indignazione e salvare il sistema. Mi auguro che anche in Svizzera — Paese che molti di noi considerano modello di regole e di rigore — la chiarezza sia un dovere e la catena delle responsabilità venga ricostruita fino in fondo. In queste ore ho visto parziali assunzioni di questa da parte delle autorità locali e questo, nella tragedia, è una piccola luce in attesa del resto dell’inchiesta.
Il diritto e il potere
Ma poi alzo lo sguardo e vedo un’altra scena, più vasta e più inquietante, quasi surreale: un mondo in cui un Presidente decide di andare a prendere un altro Presidente — anche se ritenuto illegittimo per svariati motivi —, portarlo nel proprio Paese e celebrargli addosso un processo che non può che essere un teatro, un pretesto, una messinscena. Il tutto condito da motivazioni “morali”, come la droga, mentre in controluce riaffiora sempre la stessa parola: ricchezza. Petrolio. Risorse. Potere. E lo stesso Presidente — con la stessa disinvoltura con cui si alzano i toni in un talk show — fa il bullo con i Paesi del Sudamerica, li minaccia, li tratta come cortili di casa. E poi dichiara di voler “prendere” la Groenlandia per ragioni apertamente economiche. Qui c’è un dettaglio che dovrebbe farci tremare: la Groenlandia non è un vuoto sulla mappa. È un territorio di un Paese sovrano, nato anche all'interno di accordi che quello stesso presidente ha firmato. E allora cosa significa la parola “accordo” se basta la convenienza per cancellarlo? Cosa significa “diritto” se basta il potere per riscriverlo? Intanto, come in un controcanto osceno, i giornali ci mostrano l’elenco degli uomini più ricchi del mondo, e noi scorgiamo differenze sociali non più misurabili, non più spiegabili, quasi metafisiche: ricchezze inimmaginabili accanto a povertà normalizzate. Soldi, soldi, soldi, mentre la vita comune — quella reale, quella dei nostri figli, delle nostre famiglie, dei nostri anziani — diventa sempre più faticosa e più vulnerabile.
La strada delle guerra
E io, che ho un ruolo civico, amministrativo, politico, dovrei tacere? Dovrei ascoltare le dichiarazioni degli schieramenti politici, dove da destra e da sinistra ci si posiziona per opportunismo, per convenienza, per riflesso condizionato? Per quale logica, mi domando: vicinanza a chi? Vicinanza a cosa? Se si parla di Putin, una parte della politica arriva quasi a difenderlo. Se si parla di Gaza, non si è capaci di condannare con chiarezza Hamas, ma anche di condannare con chiarezza Israele per le stragi. E poi — in questi giorni — osserviamo l’imbarazzo, le posture, i calcoli di chi deve piacere a Trump, chi deve temerlo, chi deve compiacerlo, chi deve far finta di nulla. Credo di non essere un ingenuo in politica, ma mi stupisce sempre come la sofferenza, la morte, lo smarrimento di interi popoli diventino materiale per un posizionamento e non per una coscienza anche a livello internazionale. Io non pretendo di avere soluzioni geopolitiche, faccio il sindaco di Masciago Primo ed il presidente della Provincia di Varese; quindi, non mi arrogo il diritto di spiegare il mondo. Ma rivendico il dovere — sì, il dovere — di dire che stiamo prendendo una strada che porta alla distruzione: del senso, della fiducia, della convivenza. Una strada già tracciata, in cui la guerra torna a essere linguaggio accettabile, l’umiliazione uno strumento, la menzogna un metodo.
Il richiamo all’uomo
E qui, mi si permetta, sento di dover allargare lo sguardo su un punto che molti liquidano con un’alzata di spalle, o al contrario usano come clava: il ruolo del Papa, della Chiesa, della coscienza cristiana — e, più in generale, di chiunque riconosca che esiste una misura dell’umano che viene prima del calcolo. Oggi, a volte, ho l’impressione che solo il Papa — piaccia o non piaccia, credenti o non credenti — sappia ancora offrire spunti di buon senso che non siano immediatamente propaganda. Perché il suo richiamo non è al “partito”, ma all’uomo. E questa differenza è enorme, quasi scandalosa, in un tempo in cui tutto viene pesato in termini di vantaggio e di ritorno. Ma non basta il Papa, non basta la parola “Chiesa” pronunciata nei discorsi ufficiali o agitata come bandiera quando conviene e rimessa nel cassetto quando disturba. La Chiesa non è un talismano da mettere al collo. È — dovrebbe essere — un popolo che prende posizione, che si sporca le mani senza perdere l’anima. E la coscienza cristiana non è un sentimento privato, una piccola consolazione domestica. È responsabilità pubblica, è vigilanza, è discernimento, è scelta.
Stare accanto agli ultimi
È qui che, senza fare prediche e senza imporre nulla a nessuno, sento di dire una cosa semplice: i cattolici — e con loro tutti gli uomini e le donne di buona volontà — non possono limitarsi a "sentirsi chiamati in causa" - solo nelle urne. Perché la democrazia non è soltanto un gesto ogni cinque anni ma una postura quotidiana e oggi quella postura è in crisi. Votare è necessario ma non è sufficiente. Non basta mettere una croce su un simbolo e poi lasciare che il mondo vada dove vuole, che la politica reciti, che i forti impongano e che i deboli paghino. “Discesa in campo” significa anche altro: significa educare lo sguardo, rompere l’indifferenza, rifiutare il linguaggio dell’odio, non partecipare al linciaggio mediatico, non trasformare ogni tragedia in tifo. Significa stare accanto agli ultimi, ma anche smascherare le cause che li rendono ultimi. Significa pretendere verità nelle responsabilità, giustizia nelle istituzioni, sobrietà nei toni, pace come orizzonte e non come slogan. E soprattutto significa non accettare la scorciatoia più comoda: quella che confonde la fede con l’appartenenza, il Vangelo con l’ideologia, la religione con la tifoseria.
Una ribellione morale
La coscienza cristiana — quella vera — non è mai “di destra” o “di sinistra”. È scomoda. È inquieta. È capace di dire no al proprio campo quando il proprio campo sbaglia. È capace di riconoscere il male anche quando porta la maschera del bene. È capace di piangere le vittime senza chiedere prima di che parte siano. E se davvero crediamo che ogni persona sia sacra, non possiamo accettare che la vita umana diventi una moneta di scambio geopolitico, una statistica, un “danno collaterale”. In questo momento difficile, la coscienza cristiana — e, ripeto, la coscienza di chiunque non si rassegni — deve scegliere. Perché arriva un punto in cui il non scegliere è già una scelta: è la scelta dell’abitudine. E l’abitudine, quando riguarda il dolore altrui, è una forma di crudeltà. Non sto chiedendo ai credenti di fare un partito. Sto chiedendo ai credenti di non smarrire la loro ragione d’essere: essere lievito, essere sale, essere voce che non si compra. E sto chiedendo a chi non crede di riconoscere, almeno, che c’è un patrimonio umano — di pace, di misericordia, di fraternità, di limite — che oggi serve come il pane. Perché senza quel limite, il potere diventa barbarie elegante. Perché non è più tempo di essere spettatori. Lo spettatore, col passare dei giorni, si abitua. E quando ci si abitua a tutto, si smette di vivere davvero. Si vive per inerzia, si commenta, si tifa, si scrollano le spalle, si passa oltre. E invece serve un moto interiore o un sussulto. Una ribellione morale. Non violenta, ma incrollabile.
Viaggio verso gli abissi
Serve che ognuno di noi rimetta in circolo la speranza — non come parola dolce, ma come bene necessario, come ossigeno civile. La speranza non è ottimismo: è responsabilità. È la scelta di non consegnare il mondo alla brutalità dei forti e alla rassegnazione dei deboli. Da Presidente di Provincia difendo gli interessi del mio territorio, ma oggi so che il primo interesse di qualunque territorio è che il mondo non precipiti, che il Diritto non venga svenduto, che la pace non diventi una parentesi storica. Che la dignità umana non sia trattata come costo collaterale. Forse sono io fuori posto. Può darsi. Ma spero che molti la pensino così. Spero che, nei Paesi democratici, si alzino voci capaci di dissentire da questo viaggio verso gli abissi. Voci che ricordino che siamo prima di tutto uomini e donne, e che abbiamo un obbligo morale di convivere nel rispetto reciproco, senza ridurre l’altro a nemico, a merce, a ostacolo. Non chiedo adesioni alle mie parole. Auspico che non si spenga l’inquietudine delle domande. E chiedo — soprattutto in primis al Consiglio Provinciale - che la politica tutta ricominci a sentire questo bisogno di risveglio delle coscienze.
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