UNDICESIMA PUNTATA
Il risveglio degli astenuti passa dal referendum
Alessio Vernetti (Youtrend): «La partecipazione all’ultima consultazione è andata oltre i pronostici più ottimistici»
Chi generalmente si astiene ha ribaltato il risultato del referendum costituzionale confermativo sulla giustizia? Lo si può capire raccontando l’attualità a partire dai dati, un obiettivo editoriale che si pone anche Youtrend, istituto di sondaggi e ricerche demoscopiche. «I dati sono sempre oggettivi, ma il modo in cui vengono sviscerati può raccontare storie diverse». A parlare è Alessio Vernetti, che si occupa della comunicazione sui social network della società e che ha seguito in prima persona il dispiegarsi dell’ultimo referendum tra mobilitazione e astensione, previsioni e risultati.
A seguito del referendum si è parlato di un’affluenza record, i dati lo confermano?
«Sì, è stata molto alta ed è un segnale positivo. In Italia, escludendo l'estero, ha votato quasi il 59% degli aventi diritto. È un dato significativo se paragonato alle ultime Europee del 2024, quando per la prima volta in un'elezione nazionale meno di un italiano su due si è recato ai seggi. Se si guarda, invece, lo storico dei referendum costituzionali, in cui non c'è quorum e si modifica la Costituzione, siamo abbastanza in linea con i quattro che hanno preceduto quello di marzo».
Come hanno votato coloro che generalmente non vanno alle urne?
«Tra chi si astiene per le Politiche, la maggior parte non ha votato anche al referendum. Quella fetta che, invece, si è recata ai seggi è stata decisiva per il risultato, perché ha votato per l'80% “No”. Sono persone indecise su quale partito li rappresenta, ma si sono espresse sulla riforma. Altro dato interessante arriva dal Veneto: in due collegi per le elezioni suppletive alla Camera sono stati eletti due deputati subentranti del centrodestra, ma una porzione non trascurabile di chi li ha scelti ha votato “No” al referendum».
L’affluenza registrata ha rispecchiato le vostre previsioni?
«No, è andata ben oltre le ipotesi. Elaborando i nostri sondaggi per Sky TG24, il media principale con cui collaboriamo, abbiamo immaginato due scenari: uno con affluenza alta e uno bassa. Generalmente questo non accade, ma qui la partita era molto combattuta, tanto che si pensava che maggiore sarebbe stata l'affluenza, maggiore sarebbe stata la possibilità di vittoria del “Sì”. Infatti, l’esito non è stato così netto (46,25% per il “Sì” e 53,75% per il “No”, ndr). L'affluenza è andata oltre le nostre aspettative, ma è un dato quasi imprevedibile perché molti decidono se andare alle urne il giorno stesso».
Quali fattori potrebbero aver contribuito a questa mobilitazione?
«Un voto più politico che di merito. Nel nostro campione per l’Instant Poll, due italiani su tre hanno risposto che avrebbero votato per la riforma. Il punto è che molti di loro hanno mentito, forse per desiderabilità sociale: non è una fetta così grande quella che ha davvero scelto solo per il quesito. La preferenza su base politica spiega l'alta affluenza per la polarizzazione ed è confermata dalla sua distribuzione territoriale, che rispecchia le preferenze di centrodestra e di centrosinistra alle ultime Europee e Politiche: il “Sì” ha vinto in Lombardia, Veneto e Friuli, mentre il “No” è andato molto bene nelle regioni rosse».
Il voto dei giovani ha influito?
«Abbiamo avuto l’impressione di una maggiore partecipazione giovanile. La fascia tra i 18 e i 34 anni pesa numericamente meno per via dell'inverno demografico. Se avessimo tolto quel gruppo avrebbe comunque vinto il “No”, però c'è stata una grande mobilitazione. L’affluenza è stata più alta rispetto alle altre fasce, come scelta anti-governo».
Secondo te quali sono stati i punti cardine della campagna referendaria che hanno fatto la differenza?
«La comunicazione sui social è più determinante rispetto a quella sui media tradizionali. Proprio sulle piattaforme c’è stata una grande polarizzazione di volti politici. Anche Giorgia Meloni, seppur tardi, è scesa in campo in prima persona. Gli elettori nell’ultimo mese si sono ritrovati bombardati di informazioni su un tema tecnico. Esporre un argomento così complesso è molto ostico. E questo ci spiega perché la comunicazione spesso è stata poco incentrata sul merito della questione, spingendo a una scelta politica più divulgabile a un pubblico generalista».
Allora si può dire che non è il “No” che ha saputo mobilitare di più e meglio, ma è il “Sì” che non l'ha fatto abbastanza?
«Sì, la mobilitazione per il “Sì” non è riuscita ad andare troppo oltre i voti del centrodestra, se guardiamo i numeri assoluti. Basandosi sulle corrispondenze partitiche avrebbe potuto avere una capacità mobilitativa maggiore. Poi non bisogna sottovalutare che è sempre più facile muoversi contro qualcosa che per qualcosa. La mia personale teoria è che se a questo referendum avessimo dovuto votare “No” per approvare la riforma, probabilmente avrebbe comunque vinto questo fronte».
Come intercettare chi ha votato solo a questo referendum?
«Secondo me, il campo largo dovrebbe provare a convincere gli elettori che hanno votato “No” ad andare nel proprio bacino elettorale. Al momento non sembra che le intenzioni di voto degli italiani siano mutate. Può essere che nelle prossime settimane qualcosa cambi, ma personalmente credo che il centrodestra riuscirà a restare compatto come è stato finora. Dall’altra parte, finché il campo largo non riuscirà a individuare un perimetro chiaro della propria coalizione e una leadership definita avrà difficoltà a dare grandi scossoni. Sicuramente questa è la prima battuta d'arresto per il governo, vedremo più avanti se avrà un impatto».
Questo trend di ripresa dell’affluenza potrebbe essere destinato a mantenersi anche alle prossime elezioni o è limitato ai referendum costituzionali?
«Non credo che il referendum avrà effetti sull'astensionismo in futuro, perché questo tipo di votazioni sono una tornata a parte. Da questa partita possiamo imparare che il potenziale astenuto è più invogliato a votare se sente di poter incidere. Questo tipo di referendum tende sempre a mobilitare di più perché porta a una forte polarizzazione e qualsiasi sia l’affluenza il risultato è valido. A differenza di quelli abrogativi, qui è chiaro che recarsi alle urne fa la differenza. Nulla esclude che se per le prossime elezioni la partita sarà aperta e competitiva, è possibile che gli italiani si mobilitino di più, perché sentiranno che il loro voto conta».
Qual è lo scenario se, invece, dovesse mantenersi la crescita dell’astensione alle Politiche?
«Una perdita di qualità democratica. L’istituto democratico resta, ma la qualità scende ed è compito della politica trovare una soluzione a questo. Quella di mantenere una democrazia di valore è una grande sfida, non solo per l’Italia».
L‘undicesima puntata dell’inchiesta “Voto Perduto” sulla Prealpina di sabato 4 aprile in edicola e disponibile anche in edizione digitale.
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