ALLA BASILICA DI SAN VITTORE
Lo Schumann di Pietro De Maria ammalia Varese
La Stagione musicale del Comune ha accolto anche i giovani dell’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala diretti da Pietro Mianiti
L’eleganza e l’esperienza di un apprezzato interprete del repertorio romantico come Pietro De Maria si sono incontrate con la freschezza dei giovani dell’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala, ieri sera, mercoledì 18 febbraio, nella Basilica di San Vittore sul terreno dell’appassionato Concerto per pianoforte in la minore di Robert Schumann. Alla Stagione Musicale del Comune è tornata la compagine sinfonica dell’Accademia scaligera, guidata in questa circostanza da Pietro Mianiti, presenza assidua nelle ultime stagioni ma sempre alla guida dell’orchestra dei giovani del Conservatorio di Milano, ed è tornato il pianista Pietro De Maria, dopo molte apparizioni e dopo molti anni dal suo ultimo concerto a Varese.
TRA INQUIETUDINE E PRUDENZA D’IMPETO
Era uno Schumann misurato nei sentimenti e nel virtuosismo quello di Pietro De Maria, tra nobili slanci e un fraseggio ben condotto e senza troppi sussulti, sia pure percorso a tratti dalla febbrile inquietudine che dell’ispirazione schumanniana è parte essenziale, mentre l’Orchestra sembrava procedere con prudenza e con qualche ritrosia espressiva che non ci saremmo aspettati da una compagine giovanile e che non abbiamo riscontrato nell’Orchestra Sinfonica del Conservatorio di Milano, ascoltata sempre in Basilica una quindicina di giorni fa. Il canto dei violoncelli nel secondo movimento, per esempio, non era del tutto aperto, il fraseggio del celebre movimento d’apertura non aveva la stessa fluidità e le stesse finezze del fraseggio del solista e all’Allegro vivace conclusivo mancava un po’ di impeto.
L’APPROCCIO APPASSIONATO DI DE MARIA
A tratti il solista è andato oltre la misura e l’eleganza per cercare un approccio più appassionato sia pure quasi mai scopertamente virtuosistico, perché se nella coda dell’ultimo movimento ha raggiunto un’alta temperatura emotiva e teatrale, nei passaggi in ottava al contrario non si è rivelato particolarmente fiammeggiante. In Pietro De Maria, infatti, c’è una misura dei sentimenti e del virtuosismo (nel segno del virtuosismo, però, è stata affrontata la cadenza del movimento iniziale) che nasce da una profonda conoscenza della partitura e che da un lato lo tiene lontano da gesti teatrali e dall’altro gli permette di mettere il luce il contrappunto nascosto, le voci secondarie della scrittura di Schumann. È avvenuto anche nel bis, un Secondo scherzo di Chopin dedicato alla memoria della sua insegnante, Maria Tipo, scomparsa nel febbraio dello scorso anno all’età di novantaquattro anni.
UN FINALE RITMICO MA A MEZZA VOCE
Nella seconda parte della serata l’Orchestra dell’Accademia del Teatro alla Scala si è cimentata nella Sinfonia n. 3 in fa maggiore di Brahms con esiti non del tutto convincenti, perché alla compattezza sonora e al vigore ritmico del perentorio l’esordio e dello sviluppo del movimento conclusivo si sono contrapposti momenti in cui il discorso tendeva a sfilacciarsi e la precisione - penso in particolare ai corni nel finale - a volte è venuta mancare. Nel terzo movimento, declamato a mezza voce, la sezione dei violoncelli ha dato una buona prova, ma nel complesso non è stata una lettura particolarmente incisiva.
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