L’INTERVISTA
«Goggia istinto puro, Gut sempre in controllo». Luca Agazzi: il maestro delle campionesse
Il neo-tecnico delle Azzurre dello slalom, si racconta: dai trionfi al problema del vivaio in Italia. «Oggi si cura ogni dettaglio, ma con i giovani bisogna avere pazienza»
Luca Agazzi, classe 1974, legnanese ma di origini bergamasche, dal maggio scorso è il nuovo allenatore della nazionale azzurra femminile per il settore slalom e gigante. Un incarico arrivato dopo molti anni già al top: prima allenatore della svizzera Lara Gut, dal 2016 al 2022 alla guida tecnica della nazionale del Canada, e poi dall’aprile 2022 trainer di Sofia Goggia.
Come è iniziato tutto questo?
«Sono sempre stato attratto, sin da bambino, dal mondo dello sci. Ho gareggiato per un certo periodo ma poi, a 18 anni, ho avuto un grave infortunio che non mi ha più permesso di essere al livello necessario per continuare. Così ho cominciato a fare l’allenatore, prima lavorando con gli sci club e con i bambini, e poi via via più su. Il grande salto è stato quando sono stato chiamato a lavorare con Lara Gut e poi, per sei anni, con la nazionale femminile canadese. Una grande esperienza. Ho avuto peraltro la fortuna di lavorare sempre con grandi professionisti e ad altissimi livelli, cosa che mi aiutato nel mio percorso di crescita tecnica. Sempre comunque nel settore femminile, che è particolare».
Perché particolare?
«Perché con le ragazze bisogna lavorare molto anche sull’aspetto mentale, vanno coinvolte nelle decisioni, sono più riflessive e c’è anche un discorso legato al gruppo. È un modo di crescere e lavorare diverso perché non bisogna mai deluderle: se succede questo è facile che perdano la fiducia con tutto quello che può seguire. E la fiducia tra atleta e allenatore è tutto. Del resto è vero che lo sci è uno sport per singoli, ma si fa comunque insieme a una squadra (oltre agli atleti ci sono skiman, preparatori, fisioterapisti), ed è importante avere sempre un confronto».
Negli ultimi 15 anni lei ha raggiunto professionalmente traguardi molto importanti.
«Sono stati tre lustri davvero belli. Coronati dalla partecipazione a tre olimpiadi, due con la nazionale canadese e l’ultima con Sofia Goggia. Quando ho iniziato con il Canada, la loro squadra non era forte, ma siamo riusciti, alla fine, a ottenere piazzamenti importanti ed a vincere anche uno slalom di Coppa del Mondo».
Qual è il segreto della Goggia?
«Non so se ci sia un segreto. Di sicuro è sempre focalizzata al cento per cento sul raggiungimento degli obiettivi. Uno dei suoi punti di forza è inoltre il coraggio, è un’atleta che spinge sempre al massimo, non si risparmia mai, al punto di prendere a volte anche rischi eccessivi. Ma lei è così, è istinto puro. La Gut, per esempio, con cui ho lavorato alcuni anni, era sempre in controllo e riusciva pure a mettere finezza nel gesto atletico. Modi completamente diversi di approcciare le gare».
Come si gestisce la pressione mediatica?
«Questo non è un aspetto facile, perché si ci sente sempre messi sotto esame da media e social. Anche come allenatore non è semplice rimanere impassibile: tutti sono sempre pronti a saltare sul carro del vincitore, ma se qualcosa va storto gli stessi sono magari i primi a puntarti il dito contro. Il problema dello sci è che, nonostante tutto, rimane uno sport povero, non è il calcio. E infatti molti atleti e atlete per continuare a gareggiare devono militare nei corpi delle forze dell’ordine. Ciò comporta anche il fatto che non abbiamo gente che lavora dietro le quinte sulla comunicazione e ciò ci espone di più. Il bombardamento social è peraltro diventato pazzesco».
Come è cambiato il modo di allenare campioni e campionesse?
«Il nostro lavoro si basa oggi molto sui dettagli e sui nuovi materiali. E il nostro nemico è diventato il tempo: su cinque ore passate sulle piste si riesce magari a sciare veramente appena 15 minuti. Questo perché bisogna testare i materiali, vedere i video, preparare gli sci giusti in base al tipo di neve che c’è. Tutto oggi cambia velocemente, bisogna riuscire a stare al passo dell’innovazione. Prendiamo per esempio la discesa libera: si va molto più veloci perché i materiali sono sempre più performanti. Dieci anni fa era già diverso: oggi, proprio per la sicurezza, si tende a tracciare piste che curvano di più per rallentare. Per questo è sempre più importante spingere nelle curve e non nei tratti rettilinei. In ogni caso lo sci rimane uno sport con un’incidenza altissima di infortuni. Si stanno introducendo protezioni nuove, ma il tema rimane quello di abbassare le velocità. Dal punto di vista della preparazione degli atleti c’è stata poi un’esplosione anche del mental coaching, proprio per quello che dicevo prima».
Se le donne tengono alto l’onore dell’Italia nello sci, perché secondo lei la nazionale maschile fa più fatica?
«Diciamo che ci sono dei periodi. Qualcosa da aggiustare nel sistema giovanile comunque ci sarebbe. In particolare c’è purtroppo questa idea di creare sin da piccoli dei campioni. In questo modo la selezione si fa nel momento sbagliato: a 12 o 13 anni è troppo presto. Bisogna invece avere pazienza, aspettare, dare la possibilità ai ragazzi di crescere. Occorre, a mio avviso, tornare al piacere di far praticare lo sport ai ragazzi, come avviene nei Paesi del Nord Europa».
Secondo lei lo sport è ancora in grado di veicolare valori educativi?
«Certamente. I bambini che entrano in una squadra innanzitutto provano l’esperienza di stare lontani da casa magari per lunghi periodi e imparano a essere indipendenti. Poi hanno la responsabilità dei materiali che gli vengono affidati: casco, sci e tutto il resto. E poi c’è il valore aggiunto che dà il team. Penso in merito che la scuola dovrebbe fare di più: lo sport dovrebbe diventare una vera e propria materia mentre oggi si fa poco o niente. E ricordiamoci che una comunità che fa sport è anche una comunità più sana».
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