SUL PALCO
Lupin II, il mio ladro gentiluomo in rosa antico
Protagonista Flavio Gismondi che fa anche parte del cast di “Un posto al sole”: «Sono il ponte tra il personaggio letterario e il cartone animato»
Padre, figlio, o entrambi, ma sempre ladro gentiluomo. Anche su un treno in corsa, e non un treno qualsiasi, ma il famoso Orient Express. Dove questa volta non ci sarà magari l’omicidio, ma di certo un furto sensazionale, messo a segno dal ladro più pericoloso e affascinante del mondo: Lupin. A sparire è il tulipano di Ahmed III, gioiello dal valore inestimabile, e il furto sembra legato a una giovane orfana parigina, Isabel, che lavora in una grigia fabbrica di cioccolato dove si nascondono misteri e intrighi, e per la quale Lupin pare provare un sentimento sincero e profondo e che omaggia ogni giorno proprio con un delicato tulipano. Una storia piena di interrogativi che forse troveranno risposta solo durante quel viaggio in treno sulla tratta Parigi-Istanbul.
Con libretto e regia di Salvatore Sito e musiche originali di Paola Magnanini, la Compagnia della Corona è venerdì 27 e sabato 28 marzo alle 20 e domenica 29 alle 16 al Teatro San Babila di corso Venezia 2/A a Milano con Lupin, il musical. E a “vestire” i panni del famoso ladro è Flavio Gismondi, cantante e attore, che il grande pubblico conosce anche come volto del personaggio di Gianluca Palladini nella serie tv Un posto al sole, ma già applaudito anche in teatro, in tour internazionali e al cinema. E il suo Lupin «è un Lupin di mezzo. Noi spesso citiamo il Lupin ladro gentiluomo dei romanzi e ricordiamo il Lupin III dei cartoni animati. Ma c’è un Lupin II, che è figlio del primo e padre del terzo, e di cui pochissimi sanno, che ha solo pochi accenni nel romanzo e nel cartone animato. E questo “mio” Lupin è volto a mantenere da un certo lato l’origine del suo nome, ma anche a cercare chi è, a una ricerca di identità del suo essere, della sua esistenza, cercando di ricostruire se stesso attraverso i fatti del padre». All’interno di una domanda Gismondi è andato a “intercettare” il suo Lupin: «Che cosa cercherei a livello di identità io, Flavio? Sono andato a cercare questo tipo di risposta attraverso il personaggio e la storia che si sviluppa nello spettacolo». Un musical con tutta la complessità che ha questo tipo di spettacolo. «Questo spettacolo – aggiunge l’attore – è molto più tendente alla commedia musicale. La scelta stilistica musicale unita alla prosa gli dà un colore particolare, quasi come se stessimo leggendo un libro».
Accanto a Flavio Gismondi sul palco ci sono Angelica Cinquantini nel ruolo di Isabel, Federica Basile in quello di Margot, Paolo Bianca è Blake, Andrea Rodi è Ganimard, Umberto Scida è Armand. «È un po’ un tornare alle tragedie greche – sottolinea Gismondi –: avevano la lira che suonava. Non ci siamo inventati niente che non si fossero inventati anni fa. Sono cambiate le forme: la tragedia greca aveva il suo accompagnamento musicale, la musica fa parte delle arti e darle vita è bello, è un valore aggiunto. Inoltre in questo spettacolo abbiamo una scenografia semplice e complessa al tempo stesso, tutta disegnata a mano in un lavoro incredibile, sembra un disegno: è come se stessimo dentro a un fumetto del quale noi siamo l’aspetto colorato, perché ognuno di noi ha un colore per quello che è all’interno della storia». Un elemento che contraddistingue i personaggi anche, a volte, solo in un accessorio. Per Lupin, quello che prevale è «un rosa un po’ antico. Che è una ricerca e fa parte della ricerca».
Una ricerca che, per questo Lupin a cui l’attore ha voluto dare una caratterizzazione che creasse «un ponte tra il Lupin letterario e il cartone animato, conferendogli la grazie e l’eleganza di un ladro gentiluomo unendo le caratteristiche dei due personaggi e facendole diventare un po’ più vicine a noi», è proprio una ricerca dell’identità nella società. «Una ricerca che mi attraversa – conclude –, che mi appartiene. E a volte il teatro ci aiuta davvero a ricollocare il dolore o parte di quello che abbiamo vissuto all’interno di una scena che ha una radice profondamente umana».
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