IN TRIBUNALE
«Mi fissava, poi mi ha pedinata». L’incubo di una commessa di Varese
Condannato a un anno di reclusione per atti persecutori, ma l’imputato, 21 anni, è sparito
Il giovane extracomunitario si piazzava tutti i giorni davanti al negozio di piazza XX Settembre, a Varese, dove la ragazza di 23 anni lavorava. E la fissava per ore. Un comportamento durato un paio di mesi, la scorsa estate, fino a quando, il 21 agosto, una sera l’ha pedinata, l’ha raggiunta e le ha chiesto di salire in casa con lei. La ragazza ha chiamato la polizia, che il giorno dopo, trovando l’immigrato nuovamente nei pressi del luogo di lavoro della commessa, l’ha arrestato. Per questo il ventunenne tunisino è stato condannato a un anno di reclusione per atti persecutori. L’imputato, che nel frattempo è sparito, dovrà risarcire la vittima con duemila euro.
OBBLIGATO AL CORSO DI RECUPERO
La sentenza è stata letta ieri pomeriggio, mercoledì 6 maggio, dal giudice del Tribunale di Varese Letizia Bibbiani. La sospensione condizionale della pena è subordinata alla partecipazione dell’immigrato a un corso di recupero, della durata di dodici mesi, per autori di stalking. «Il termine inglese deriva dal verbo to stalk, che significa braccare, fare la posta. Ed è ciò faceva l’imputato – ha affermato l’avvocato di parte civile, Sara Morandi –. È vero, c’è stato un solo grave episodio, quello del pedinamento, ma da almeno un mese l’uomo aveva quel comportamento».
«SI ERA INVAGHITO DELLA GIOVANE»
Il giovane ammise di essersi «invaghito» della commessa e di voler entrare in casa con lei per conoscerla. «Non ci sono state condotte minatorie – ha precisato il pubblico ministero Monica Crespi –, ma reiterate molestie, tali da provocare nella donna un grave stato di ansia e paura». Da qui la richiesta di un anno e quattro mesi di carcere. Peraltro, il 21enne, una volta scarcerato, non ha accettato di sottoporsi al braccialetto elettronico; poi ha fatto perdere le sue tracce. «E il fatto che non si sappia dove sia non fa che accrescere il timore della giovane di incontrarlo di nuovo», ha continuato Morandi, che ha anche sottolineato come la ragazza abbia dovuto cambiare le proprie abitudini. «Ero spaventata, temevo di essere aggredita – ha raccontato in aula –. Prima andavo sempre al lavoro a piedi, ma ora mi accompagna mio padre. E ho anche attivato una app di geolocalizzazione, così i miei genitori possono sempre vedere i miei spostamenti».
LA RICHIESTA DI ASSOLUZIONE
«L’imputato non ha avuto comportamenti molesti, né di ingerenza nella vita della persona offesa, fino a quel giorno in in cui l’ha seguita – ha sostenuto il difensore, l’avvocato Gianmarco Piras –. Si limitava a stare fermo, a 8/10 metri di distanza dal suo negozio. Peraltro in una piazza che è frequentata abitualmente da cittadini extracomunitari come lui che si ritrovano lì per consumare sostanze stupefacenti». Quelle lunghe e intense “osservazioni”, quindi, a suo dire erano soltanto finalizzate a un approccio, che fino al giorno dell’arrivo della polizia non aveva scatenato alcuna reazione da parte della donna. «Con la sua semplice presenza in un luogo pubblico, lui non stava perseguitando nessuno». Ecco perché il legale ha chiesto la sua assoluzione («il fatto non sussiste»), negando anche l’abitualità del comportamento dell’imputato, che si sarebbe avvicinato alla vittima soltanto l’ultimo dei giorni indicati nel capo d’imputazione.
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