LE OPINIONI
Niente premi, la Norvegià ci dà solo lezioni
Il dominio ai Giochi Invernali di Milano-Cortina e non solo è il frutto di una filosofia precisa
Va bene, è vero, la Rai ha fatto disastri. Dalla catastrofica telecronaca della cerimonia d'apertura fino alla gaffe in diretta sulla squadra di bob israeliana passando per l'estenuante palleggio fra un canale e l'altro per riuscire a seguire una gara intera, posto che venisse effettivamente trasmessa da qualche parte. Ma alla fine queste Olimpiadi ce le siamo godute tutti. Sono state uno spettacolo sportivo meraviglioso, ci hanno regalato emozioni con i nostri atleti coperti di metalli preziosi ma anche con tante piccole storie, toccanti o entusiasmanti, che hanno contornato come si conviene l'evento che esalta più di tutti i valori sportivi.
Ma poi, come tutte le cose belle, sono finite e a noi non è rimasto che svegliarci lunedì, accendere Rai 2 e realizzare con sgomento che non c'era alcun collegamento da Cortina, bensì il solito talk senz'anima. Ad altri invece, gli sportivi, è rimasta la gloria e anche qualche bel soldino. Almeno nelle tasche di quelli italiani che sono stati, lo diciamo in anticipo per non essere accusati di invidia, giustamente ricompensati. Un oro per gli atleti italiani vale 180mila euro, l'argento 90mila, il bronzo 60mila. E va bene, così, a gente che si fa quel mazzo glieli avremmo dati di tasca nostra se avessimo potuto, ma la riflessione che ci viene da fare è un'altra e ci arriva andando a vedere cosa accade altrove. Il medagliere di questi Giochi è stato stravinto dalla Norvegia. In particolare un atleta, Johannes Høsflot Klæbo che, con sei medaglie d’oro, ha battuto il record in una singola edizione delle Olimpiadi invernali: coi soldi guadagnati si comprerà un Boeing 747, si dirà. E invece no, perché il paese scandinavo ha una politica completamente diversa. Gli atleti norvegesi in genere, per una medaglia olimpica non ricevono un soldo, bensì godono tutti di una borsa di studio annuale da 15mila euro. I soldi dei premi invece, le federazioni li investono a lungo termine: strutture di altissimo livello, centri di allenamento all'avanguardia, supporto medico e così via. E non riservati a “quelli forti”, ma aperti a tutti. In sostanza la filosofia che traina il movimento sportivo di quella nazione è che i successi internazionali non debbano essere premiati economicamente, ma anzi, debbano costituire motivo d'orgoglio per gli atleti per il fatto di essere un esempio che traina tutto il movimento sportivo nazionale. Insomma, il comitato olimpico norvegese fa quello che dovrebbe fare qualsiasi comitato olimpico, ragiona sulla crescita generalizzata del movimento, partendo non dalla medaglia d'oro in giù, ma dall'ultimo dei bambini in su. Sembra fantascienza ma non lo è, è la semplice realtà di un Paese, come del resto tutti quelli dell'estremo nord europeo, che vive lo sport con uno spirito molto più vicino alla visione “decoubertiana”, ragionando però anche a lungo termine. E non pensiamo che questo accada solo perché sono vichinghi e sciano bene: lo sanno l’Inter, presa a schiaffi dal Bødo Glimt, e la Nazionale di Gattuso, costretta a giocarsi il pass per i Mondiali in spareggi fratricidi proprio dai norvegesi. I quali, già qualificati, si godranno dal divano queste sfide abbuffandosi di popcorn...
© Riproduzione Riservata


