IL CASO
Delitto di Induno Olona: fermato un 50enne di Varese
Continuano le indagini: denunciato un giovane coinvolto nell'incidente in largo Flaiano
Svolta nelle indagini sul delitto di Induno Olona: i carabinieri hanno arrestato un uomo di 50 anni, Gesuino Corona, incensurato, residente a Varese, accusato di aver sferrato il fendente fatale alla giovane vittima. Si trova ora ricoverato all'ospedale Niguarda di Milano, dove potrebbe essere sentito dal pm già nella giornata di oggi. La violenta rissa, che ha coinvolto membri di due famiglie, sarebbe scoppiata per motivi economici, ossia un debito da alcune centinaia di euro tra due ragazzi, uno dei quali poi rimasto ucciso. Oltre all'arresto, è scattato il sequestro di due coltellli, una mazza ferrata e altri oggetti atti a offendere, per questo motivo tutte le persone coinvolte sono state denunciate per rissa e e porto abusivo di armi.
La scena del delitto
Quel che resta del nastro bianco e rosso dei carabinieri si muove al vento, attaccato da un lato a un lampione, mentre il traffico e il viavai sull’arteria principale di Induno sono quelli di sempre. Auto, bici, pedoni percorrono in massa via Porro come nei sabati mattina di bel tempo: eppure qui, solo qualche ora prima, quei nastri chiudevano del tutto una strada teatro di un omicidio efferato, di una violenza difficile da accettare. Agghiacciante il racconto di chi ha vissuto quei momenti: «C’era sangue ovunque, nella corte, in strada, sotto i portici», è la frase più ricorrente. Tutto lavato e ripulito a conclusione dei rilievi in mattinata.
L'episodio di largo Flaiano
Grazie anche alle telecamere e anche a quella moto abbandonata in mezzo alla carreggiata, i carabinieri avrebbero già identificato alcune delle persone coinvolte. Tra questi ci sarebbe pure il giovane arrestato la notte del 5 marzo scorso a Varese dopo aver imboccato contromano, e in stato di ebbrezza, la rotonda di largo Flaiano ed essersi poi schiantato contro un’altra auto al termine di inseguimento delle forze dell’ordine scattato perché non si era fermato all’alt.
I primi soccorsi
Uno dei primi a dare l’allarme al 112, ieri notte, è stato il vicario don Matteo Rivolta, che è anche cappellano del carcere varesino dei Miogni e vive nella casa parrocchiale di via Porro, accanto alla chiesa di San Giovanni Battista, nel cuore del paese e proprio davanti al luogo dell’aggressione. Tutto in una manciata di metri. Negli occhi, il sacerdote residente a Induno ha ancora quelle scene tremende, anche se è stato testimone solo del “prima” e del “dopo”. «Era circa mezzanotte, mezzora prima che accadesse tutto - dice - e ho sentito un vociare in arrivo dalla piazza. Quando sono uscito per innaffiare i fiori sul balcone, ho notato il ragazzo, accanto alla sua auto parcheggiata davanti al cancello della casa parrocchiale, e una persona più grande che discutevano a voce alta. Non sembrava una lite accesa. Poi è arrivata una moto. La discussione si è allargata. Sono rientrato in casa per andare a dormire, ma all’improvviso ho sentito il rumore di una sgommata e poi un botto fortissimo».
Il cambio di fronte
Ma questa seconda parte della scena, appunto, non era più visibile dal primo affaccio, quello sulla piazzetta della chiesa. «Quando mi sono spostato sull’altra finestra, ho visto l’auto del ragazzo contro lo spigolo della corte proprio davanti ai portici, seriamente danneggiata dopo aver percorso diversi metri (presumibilmente in retromarcia, ndr) - prosegue il don -. Il ragazzo riverso a terra, esanime, e gli altri due che lo colpivano con le spranghe di legno. Ho chiamato il 112. Erano le 0.46».
L’incrocio di questa e di altre testimonianze servirà a dare un contorno preciso a ogni tassello, a quelli chiari e a quelli mancanti. Di sicuro Induno si è risvegliata ferita, mentre la notizia della barbara uccisione di un uomo di 30 anni ha iniziato a circolare sui siti locali e nazionali. Poi, telecamere, grande copertura e ricerca di commenti, testimonianze, a riprova del clamore mediatico generato da un fatto di questa portata.
Ma se non fosse stato per questa presenza così massiccia per tutto il giorno, sembrava quasi che la vita scorresse come sempre, anche fra i negozi e il bar accanto. «Io abito vicino e non ho sentito nulla, ho saputo tutto al risveglio e sono rimasto scioccato», dice un uomo al tavolino. Una ragazza ha le lacrime agli occhi: «Ci stiamo chiedendo chi sia la vittima, ma non riusciamo a ricordarlo, sappiamo che si è trasferito qui da poco ed era un padre. Ma come si può arrivare a una tale ferocia? Ho la pelle d’oca».
Qualcuno passa in auto, rallenta e guarda stupito forze dell’ordine e telecamere: c’è chi entra in chiesa per una preghiera, chi beve un caffè. Vicino alla corte dove viveva Enzo Ambrosino, i parenti più stretti, la madre, gli amici con il volto atterrito. Sono venuti qui come in pellegrinaggio: si abbracciano, piangono, si fanno forza, restano. Intorno la vita che scorre. E quel nastro bianco e rosso che continua a muoversi al vento.
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