L’INTERVISTA
Sono Tazè Moore, risolvo problemi
Il 27enne statunitense si racconta: la famiglia lontana, il sogno NBA, i film e i viaggi a Milano. «Ogni allenamento è una guerra: la domenica è meno faticoso giocare contro chi non è abituato al nostro livello quotidiano di aggressività»
È più impegnativo adeguarsi al salto tra Las Vegas e Varese oppure tra la NBA e il basket italiano? Tazè Moore non ha dubbi: dalla tentacolare (e calda) capitale del divertimento del Nevada, dove risiede con la compagna, alla tranquillità (e al freddo secco) della casa di Masnago ai Giardini Sospesi, il passo non è breve. Ma Tazè Moore è felicissimo di aver compiuto il salto verso la sponda europea dell’Oceano Atlantico. «Tra casa mia e Varese la differenza è notevole. Ma non è questione di location: quel che manca è la mia famiglia. A poco a poco sostituita dai compagni di squadra e da tutte le persone della società che mi aiutano a non pensare alla distanza dai miei cari. Per ora Varese l’ho girata pochissimo: il tempo libero lo trascorro principalmente a Milano che offre attrazioni da grande città. Ma in realtà sto molto a casa, guardando film e partite di basket».
Comprese anche le sue?
«Si, mi piace studiare le partite per imparare dagli errori e capire dove migliorare: puoi giocare fino allo sfinimento sul campo, ma solo rivedendole si può davvero crescere, cercando di capire dove ho sbagliato».
Soddisfatto della scelta di lasciare il mondo della G-League per cimentarsi con l’Europa?
«Dopo anni a inseguire il sogno NBA mi sono guardato attorno. Trovare un posto in squadra è molto difficile, devi convivere con chi guadagna milioni o pensa al suo contratto. L’Europa mi offriva l’opportunità di giocare in un ruolo da protagonista in un contesto competitivo. Ora come ora mi considero a tutti gli effetti un giocatore “da Europa”: è una definizione che ho imparato ad apprezzare».
È stato impegnativo adattarsi al nostro basket?
«All’inizio è stato molto difficile: negli Stati Uniti c’è un livello molto inferiore di tolleranza sui contatti, qui ci si può permettere molto di più e il pubblico a volte è molto focoso. Ma è solo questione di abitudine: ora mi trovo bene».
Sabato è stato votato MVP, ma quella “V” simboleggia anche la sua versatilità: ci si riconosce?
«Most Versatile Player? Mi piace, la faccio mia, rispecchia quel che sono in campo. Non voglio avere una sola dimensione, metto orgoglio in difesa, amo coinvolgere i compagni e lottare a rimbalzo, aspetto sul quale il coach insiste molto. I punti vanno e vengono ma ci sono altri modi di aiutare la squadra. Gioco per divertirmi e divertire i tifosi, cerco di mettere energia in ogni cosa che faccio in campo, e di aiutare così la squadra».
Grazie anche alla sua energia Varese ha cambiato volto nelle ultime settimane...
«Stiamo mettendo sempre più in atto le richieste del coach; ci chiede di essere aggressivi e ci abitua a esserlo stabilmente in partita. Ogni giorno corriamo, saltiamo e lottiamo: è il “Varese Basketball” nella sua essenza. Così ogni allenamento è una guerra: poi la domenica gli avversari hanno tattiche e piani partita, ma è quasi meno faticoso giocare contro chi non è abituato al nostro livello quotidiano di aggressività».
Com’è il suo rapporto con coach Kastritis?
«Mi chiede tanto impegno soprattutto in difesa per gli aiuti e i rimbalzi, ma la relazione è molto forte. Come quella tra un padre e un figlio: possono esserci frizioni ma ci amiamo e rispettiamo l’uno con l’altro».
Per domenica a Treviso, con la Coppa Italia in palio cosa dobbiamo aspettarci?
«Sono fiducioso: la squadra è cresciuta, il modo in cui ci stiamo preparando mi fa pensare che saremo pronti. La cosa fondamentale è rimanere positivi, restare uniti e avere fiducia in quello che stiamo facendo».
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