IL CASO
Ombre, nomi e misteri della tragedia di Lisanza
Dal naufragio del maggio 2023 alla pista iraniana tra servizi, tecnologia militare e silenzi. Le strane coincidenze
Il Lago Maggiore entra nelle cronache dell’intelligence una domenica sera. Quella del 28 maggio 2023.
Fino a quel giorno è acqua, vento, ville, barche a noleggio e aperitivi lunghi.
Poi la tempesta, meglio il downbunst, un temporale verticale e orizzontale che fa i danni d’un tornado: la Good...uria -imbarcazione da gita lacustre - si rovescia tra Lisanza e Sesto Calende: quattro morti. Già lì, nei nomi, qualcosa non torna.
Il raduno non casuale
Tra le vittime ci sono Claudio Alonzi e Tiziana Barnobi, lei ex modella e moglie di un alto dirigente della coreana Samsung. Sono funzionari dell’Aise, l’intelligence italiana. Non ex. Non pensionati ma in servizio. Con loro muore Anya Bozhkova, cittadina russa, compagna del capitano Claudio Carminati, l’unico a pagare le conseguenze penali di quella sciagurata uscita. Le loro sono figure rimaste mai davvero spiegata e per quanto emerso pubblicamente, estranee all’operazione di intelligence, nonostante lei fosse un’abile traduttrice. Soprattutto, c’è quell’uomo indicato come Erez Shimoni. Si capisce presto che è una copertura. Una settimana dopo il naufragio, infatti, è l’israeliana Channel 12 a spostare l’asse del racconto: fonti riservate parlano di una pista precisa, ovvero traffico di tecnologia per armi sofisticate prodotte dall’Iran e destinate alla Russia. Non oligarchi, non ville, non capitali parcheggiati sul lago. Altro, più concreto, più «sporco». Lo stesso uomo citato due giorni dopo dal capo del Mossad, David Barnea, con la sola iniziale «M.» non sarebbe stato affatto un agente in pensione ma impegnato da tempo su dossier legati ad «armi non convenzionali iraniane».
All’inizio si prova a tenere bassa la notizia: gita tra colleghi, compleanno, uscita in barca. Versione che non regge nemmeno il tempo di un cambio di vento. Che però è arrivato intempestivo. Non regge soprattutto davanti a un dato: dodici agenti sopravvissuti che vengono prelevati subito da un aereo militare israeliano e riportati a Tel Aviv, senza passare dagli inquirenti italiani.
Nel 2024, le indagini chiudono sul piano penale: maltempo sottovalutato, barca sovraccarica, responsabilità nautiche. Colpa di chi era al timone.
Tutto vero ma chi ha deciso davvero di prendere il largo con quelle previsioni meteo?
Comunque sia, una sentenza non basta a chiarire, perché dentro le carte resta una frase che non è tecnica ma politica: «Attività operativa con servizi esteri». Tradotto: quella sera non si stava solo brindando. Di certo c’è anche altro: la barca era omologata per quindici persone ma a bordo ce n’erano ventitré. Non è un dettaglio. C’erano uomini dell’Aise, quelli che lavorano fuori dei confini, insieme con Aisi e Mossad. Questo, da solo, cambia il piano. La «festa» diventa copertura possibile. Non spiegazione.
Il drone fantasma
Passa un anno e mezzo e il lago torna a farsi sentire. Marzo 2025: a pochi chilometri, al JCR di Ispra, scatta un allarme. Segnali radio anomali, l’ipotesi di un drone, qualcuno azzarda: «È russo». La tensione mediatica si alza subito: spionaggio, terrorismo, guerra ibrida. Poi il tempo fa il suo lavoro. Fine 2025: l’indagine si sgonfia. Niente drone, solo interferenze: un amplificatore domestico. Eppure, resta la percezione che quella fascia di territorio sia «sensibile».
Lo diventa ancora di più con un’altra excusatio non petita: l’interferenza della telefonata di un imprendotire russo che passava nella zona. Un modo per dire ai servizi russi: sappiamo che cosa state facendo?
Emergono altri tasselli. Il Good...uria quella mattina di maggio era attraccata all’Isola dei Pescatori. Negli ultimi mesi lì arrivano capitali russi, investimenti su alberghi e ville. Gli agenti pranzano in un ristorante stellato.
Non prova nulla. Ma indica un contesto. Un ambiente in cui i movimenti non sono casuali. In cui il divieto di esportare capitali dalla Russia viene aggirato passando dalla Svizzera.
E in cui i servizi italiani si muovono anche per questo. C’è chi parla di missione di «antiproliferazione»: fermare il trasferimento di macchinari, tecnologia, componenti. L’avversario è un Paese mediorientale che non viene nominato. Ma il quadro coincide.
Anche perché operazioni simili, tra Italia e Svizzera, sono già esistite: intercettare apparecchiature destinate a centri di ricerca legati a programmi sensibili.
Il terzo passaggio arriva nell’aprile 2026, qualche giorno fa: è una frase che cambia il peso delle cose. Il capo del Mossad rievoca «M.» e lo lega all’Iran. Non è una prova giudiziaria. È una conferma indiretta. E arriva adesso, non prima. In un momento in cui le tensioni tra Donald Trump e Giorgia Meloni si fanno più ruvide e lo Stretto di Hormuz torna centrale negli equilibri mondiali.
A quel punto, il lago davanti a Lisanza smette di essere solo il luogo di un incidente: diventa il punto in cui qualcosa si è incontrato. Non il fronte ma il tavolo. Perché il fronte, oggi, è altrove. È nelle reti, nei passaggi invisibili, nelle catene tecnologiche che collegano Iran, Russia e Occidente.
La guerra dello Stretto
Primavera 2026: Usa, Israele e Iran si muovono in una guerra senza dichiarazioni ma con effetti concreti. Operazioni, contro-operazioni, accuse di spionaggio, esecuzioni di agenti infiltrati, bombardamenti, effetti collaterali che poi sono centinaia di civili morti. È un conflitto che si combatte anche lontano dal luogo dove esplode.
Allora torna quella sera sul lago. Torna con un altro peso: sulla Good…uria non si parlava di teoria nucleare ma di filiere, componenti, tecnologia. Di come bloccarli prima che arrivino a destinazione. Questa è la partita vera.
Qui entra il nodo più complesso. Gli Stati Uniti restano l’architrave tra pressione e deterrenza. Non sono sul lago ma stanno nella cornice. Perché il dossier iraniano è globale.
Dentro questo schema, il Lago Maggiore ha una sua logica. Stresa è discrezione.
Malpensa è accesso rapido. La Svizzera è retrovia diplomatica e finanziaria. Un’area in cui diplomazia, capitali e mobilità convivono senza fare troppo rumore.
Allora tutto assume, se non un senso, una misura: nel 2023 muoiono uomini dei servizi italiani e un agente del Mossad.
Subito dopo emergono piste su traffici di tecnologia militare tra Iran e Russia. Nel 2024 si conferma l’attività con servizi esteri. Nel 2026 arriva il collegamento esplicito all’Iran.
Il lago entra nelle mappe dell’intelligence e non ne esce più. Il resto è silenzio. I nomi? Non tutti riemergono. I ruoli restano coperti: è normale. Perché quella sera non c’erano solo persone. C’erano funzioni.
Un nome, un destino
Allora resta anche un altro nome, lì a galleggiare tra ciò che non si spiega sino in fondo. Non è un dettaglio da romanzo di spionaggio ma una traccia che resta quando il resto si ritira. Good…uria e non Gooduria. Non è solo una storpiatura da banchina, non è un suono sbagliato: spezzato cambia senso e richiama la figura biblica di Uriah, il «buon» soldato ittita - perché leale - dell’esercito di Re Davide. Uno di quelli che servono la ragion di Stato, direbbero i carabinieri, «usi ad obbedir tacendo e tacendo morir». Richiamato dal fronte per coprire un disegno architettato da Re, invaghitosi di Betsabeha, consorte di Uriah: l’ufficiale viene invitato a tornare a casa, a ubriacarsi, a giacere con la moglie, a diventare senza saperlo parte di una menzogna che ignora. Non accetta. Non lo fa per ribellione ma per disciplina: i compagni sono in guerra e lui ne resta fuori?
Non esiste per un uomo di valori e di valore. Allora il piano cambia: una lettera di David, consegnata da Uriah stesso al suo comandante, senza conoscerne il contenuto. Una condanna a morte che sentenzia: «Metterlo in prima linea e poi ritirare le truppe nel pieno della battaglia».
Cioè lasciarlo solo. Così Uriah muore.
Non per caso. Perché serve che muoia al piacere del Re. Good...uria forse è solo un nome, o forse no. Perché a volte i nomi arrivano prima dei fatti e li aspettano al primo giro di vento.
Quella domenica sera, sul Lago Maggiore, qualcuno lavorava perché equilibri nascosti stessero in piedi, non per brindare, non per una festa ma per tenere insieme passaggi che non finiscono nei verbali, tanto meno nelle cronache. Qualcuno è andato avanti incautamente, qualcuno è tornato indietro. In quattro sono rimasti sotto la linea della verità.
La verità però non sparisce: scende, si deposita. Resta sotto il pelo d’un tempo che si fa acqua: lago. Fino a vento contrario.
Il Lago Maggiore entra nelle cronache dell’intelligence una domenica sera. Quella del 28 maggio 2023. Fino a quel giorno è acqua, vento, ville, barche a noleggio e aperitivi lunghi. Poi la tempesta, meglio il downbunst, un temporale verticale e orizzontale che fa i danni d’un tornado: la Good...uria -imbarcazione da gita lacustre - si rovescia tra Lisanza e Sesto Calende: quattro morti. Già lì, nei nomi, qualcosa non torna.
Il raduno non casuale
Tra le vittime ci sono Claudio Alonzi e Tiziana Barnobi, lei ex modella e moglie di un alto dirigente della corana Samsung. Sono funzionari dell’Aise, l’intelligence italiana. Non ex. Non pensionati ma in servizio. Con loro muore Anya Bozhkova, cittadina russa, compagna del capitano Claudio Carminati, l’unico a pagare le conseguenze penali di quella sciagurata uscita. Le loro sono figure rimaste mai davvero spiegata e per quanto emerso pubblicamente, estranee all’operazione di intelligence, nonostante lei fosse un’abile traduttrice. Soprattutto, c’è quell’uomo indicato come Erez Shimoni. Si capisce presto che è una copertura. Una settimana dopo il naufragio, infatti, è l’israeliana Channel 12 a spostare l’asse del racconto: fonti riservate parlano di una pista precisa, ovvero traffico di tecnologia per armi sofisticate prodotte dall’Iran e destinate alla Russia. Non oligarchi, non ville, non capitali parcheggiati sul lago. Altro, più concreto, più «sporco». Lo stesso uomo citato due giorni dopo dal capo del Mossad, David Barnea, con la sola iniziale «M.» non sarebbe stato affatto un agente in pensione ma impegnato da tempo su dossier legati ad «armi non convenzionali iraniane». All’inizio si prova a tenere bassa la notizia: gita tra colleghi, compleanno, uscita in barca. Versione che non regge nemmeno il tempo di un cambio di vento. Che però è arrivato intempestivo. Non regge soprattutto davanti a un dato: dodici agenti sopravvissuti che vengono prelevati subito da un aereo militare israeliano e riportati a Tel Aviv, senza passare dagli inquirenti italiani. Nel 2024, le indagini chiudono sul piano penale: maltempo sottovalutato, barca sovraccarica, responsabilità nautiche. Colpa di chi era al timone. Tutto vero ma chi ha deciso davvero di prendere il largo con quelle previsioni meteo? Comunque sia, una sentenza non basta a chiarire, perché dentro le carte resta una frase che non è tecnica ma politica: «Attività operativa con servizi esteri». Tradotto: quella sera non si stava solo brindando. Di certo c’è anche altro: la barca era omologata per quindici persone ma a bordo ce n’erano ventitré. Non è un dettaglio. C’erano uomini dell’Aise, quelli che lavorano fuori dei confini, insieme con Aisi e Mossad. Questo, da solo, cambia il piano. La «festa» diventa copertura possibile. Non spiegazione.
Il drone fantasma
Passa un anno e mezzo e il lago torna a farsi sentire. Marzo 2025: a pochi chilometri, al JCR di Ispra, scatta un allarme. Segnali radio anomali, l’ipotesi di un drone, qualcuno azzarda: «È russo». La tensione mediatica si alza subito: spionaggio, terrorismo, guerra ibrida. Poi il tempo fa il suo lavoro. Fine 2025: l’indagine si sgonfia. Niente drone, solo interferenze: un amplificatore domestico. Eppure, resta la percezione che quella fascia di territorio sia «sensibile». Emergono altri tasselli. Il Good...uria quella mattina di maggio era attraccata all’Isola dei Pescatori. Negli ultimi mesi lì arrivano capitali russi, investimenti su alberghi e ville. Gli agenti pranzano in un ristorante stellato. Non prova nulla. Ma indica un contesto. Un ambiente in cui i movimenti non sono casuali. In cui il divieto di esportare capitali dalla Russia viene aggirato passando dalla Svizzera. E in cui i servizi italiani si muovono anche per questo. C’è chi parla di missione di «antiproliferazione»: fermare il trasferimento di macchinari, tecnologia, componenti. L’avversario è un Paese mediorientale che non viene nominato. Ma il quadro coincide. Anche perché operazioni simili, tra Italia e Svizzera, sono già esistite: intercettare apparecchiature destinate a centri di ricerca legati a programmi sensibili.
Il terzo passaggio arriva nell’aprile 2026, qualche giorno fa: è una frase che cambia il peso delle cose. Il capo del Mossad rievoca «M.» e lo lega all’Iran. Non è una prova giudiziaria. È una conferma indiretta. E arriva adesso, non prima. In un momento in cui le tensioni tra Donald Trump e Giorgia Meloni si fanno più ruvide e lo Stretto di Hormuz torna centrale negli equilibri mondiali. A quel punto il lago davanti a Lisanza smette di essere solo il luogo di un incidente: diventa il punto in cui qualcosa si è incontrato. Non il fronte ma il tavolo. Perché il fronte, oggi, è altrove. È nelle reti, nei passaggi invisibili, nelle catene tecnologiche che collegano Iran, Russia e Occidente.
La guerra dello Stretto
Primavera 2026: Usa, Israele e Iran si muovono in una guerra senza dichiarazioni ma con effetti concreti. Operazioni, contro-operazioni, accuse di spionaggio, esecuzioni di agenti infiltrati, bombardamenti, effetti collaterali che poi sono centinaia di civili morti. È un conflitto che si combatte anche lontano dal luogo dove esplode. Allora torna quella sera sul lago. Torna con un altro peso: sulla Good…uria non si parlava di teoria nucleare ma di filiere, componenti, tecnologia. Di come bloccarli prima che arrivino a destinazione. Questa è la partita vera. Qui entra il nodo più complesso. Gli Stati Uniti restano l’architrave tra pressione e deterrenza. Non sono sul lago ma stanno nella cornice. Perché il dossier iraniano è globale. Dentro questo schema, il Lago Maggiore ha una sua logica. Stresa è discrezione. Malpensa è accesso rapido. La Svizzera è retrovia diplomatica e finanziaria. Un’area in cui diplomazia, capitali e mobilità convivono senza fare troppo rumore. Allora tutto assume, se non un senso, una misura: nel 2023 muoiono uomini dei servizi italiani e un agente del Mossad. Subito dopo emergono piste su traffici di tecnologia militare tra Iran e Russia. Nel 2024 si conferma l’attività con servizi esteri. Nel 2026 arriva il collegamento esplicito all’Iran. Il lago entra nelle mappe dell’intelligence e non ne esce più. Il resto è silenzio. I nomi? Non tutti riemergono. I ruoli restano coperti: è normale. Perché quella sera non c’erano solo persone. C’erano funzioni.
Un nome, un destino
Allora resta anche un altro nome, lì a galleggiare tra ciò che non si spiega sino in fondo. Non è un dettaglio da romanzo di spionaggio ma una traccia che resta quando il resto si ritira. Good…uria e non Gooduria. Non è solo una storpiatura da banchina, non è un suono sbagliato: spezzato cambia senso e richiama la figura biblica di Uriah, il soldato ittita leale dell’esercito di Re Davide, uno di quelli che servono la ragion di Stato, direbbero i carabinieri, «usi ad obbedir tacendo e tacendo morir». Richiamato dal fronte per coprire un disegno architettato da Re, invaghitosi di Betsabeha, consorte di Uriah: l’ufficiale viene invitato a tornare a casa, a ubriacarsi, a giacere con la moglie, a diventare senza saperlo parte di una menzogna che ignora. Non accetta. Non lo fa per ribellione ma per disciplina. I compagni sono in guerra e lui ne resta fuori
Non esiste per un uomo di valori e di valore. Allora il piano cambia: una lettera di David, consegnata da Uriah stesso al suo comandante, senza conoscerne il contenuto. Una condanna a morte che sentenzia: «Metterlo in prima linea e poi ritirare le truppe nel pieno della battaglia».
Cioè lasciarlo solo. Così Uriah muore. Non per caso. Perché serve che muoia al piacere del Re. Good...uria forse è solo un nome, o forse no. Perché a volte i nomi arrivano prima dei fatti e li aspettano al primo giro di vento. Quella domenica sera, sul Lago Maggiore, qualcuno lavorava perché equilibri nascosti stessero in piedi, non per brindare, non per una festa ma per tenere insieme passaggi che non finiscono nei verbali, tanto meno nelle cronache. Qualcuno è andato avanti incautamente, qualcuno è tornato indietro. In quattro sono rimasti sotto la linea della verità. La verità però non sparisce: scende, si deposita. Resta sotto il pelo d’un tempo che si fa acqua. Lago. Fino a vento contrario.
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