ARTE
I 1600 anni di Venezia
Alla Biennale la mostra celebrativa

Non sempre i miracoli avvengono per mano divina, alcuni sono ascrivibili agli umani: Venezia è tra questi. A celebrarne i 1600 anni di storia concorre Il Mito di Venezia da Hayez alla Biennale a cura di Elisabetta Chiodini, in corso al Castello Visconteo Sforzesco di Novara.
Il percorso espositivo strutturato dalla curatrice, coadiuvata da un prestigioso comitato scientifico affronta, della Serenissima, aspetti scenografici, di vita pubblica e domestica, di commercio e di artigianato sino alla ritrattistica arrivando alla raffigurazione di aree geografiche al confine con il territorio lagunare. Dai primi dipinti datati 1830 si arriva alle soglie del Ventesimo secolo in un continuo mutare di tecniche e distinte visioni tematiche. Le 70 opere divise in 8 sale, nella maggior parte provenienti da collezioni private quindi mai esposte prima, raffigurano un percorso che partendo da Francesco Hayez (Venezia 1791-1882) si conclude con dipinti artisti presenti alle prime Biennali d’Arte. Non potevano che essere le opere del Maestro veneziano ad accogliere i visitatori con la splendida “Venere che scherza con due colombe”, in realtà ritratto della ballerina Cecilie Chabert , dopodiché quasi come espiazione per avere osato tanto, si arriva all’imponenza (anche nel titolo) di “Prete Orlando da Parma inviato di Arrigo IV di Germania e difeso da Giorgio VII contro il giusto sdegno del sinodo romano”. Protagonisti della seconda sala sono quegli autori, non tutti veneziani, che con la loro pittura hanno operato alla trasformazione visiva dalla veduta al paesaggio, tra questi emerge la figura di Domenico Bresolin (Padova 1813-Venezia 1899) la cui pioneristica ricerca spaziava anche in ambito fotografico tanto da essere definito “pittore paesista e fotografo”, titolare dal 1864 della cattedra di Paesaggio all’Accademia di Venezia. Inoltre fu il primo a condurre i suoi allievi a dipingere all’aperto affinché traducessero su tela le mutazioni di luce sia della laguna sia dell’entroterra. La terza sala dedicata esclusivamente a Guglielmo Ciardi (Venezia 1842-1917) vede spiccare tra le dodici opere esposte l’incanto della “Veduta della laguna veneziana”. Nei seguenti spazi sono presenti aspetti di vita sociale, domestica e intima che vanno da “Il mercato di Campo San Polo a Venezia” a “La famiglia del pescatore” sino ad alcune opere dedicate agli idilli amorosi definiti con sapiente misura da Luigi Nono (Venezia 1850-1918) al quale è dedicata la settima sala dove oltre alle tele compaiono studi, disegni, schizzi quale edificante metro di confronto con lavori su tela come “Le due madri”. Chiudono il percorso espositivo dipinti di artisti la cui attività creativa è compresa tra fine Ottocento e il primo decennio del’900 costantemente tesa ad alimentare una raffigurazione del mondo volta a fondere forme, spazio e movimento. Ne è incantevole esempio “Biancheria nel vento” di Ettore Tito (Castellammare di Stabia 1859-Venezia 1941) dove ad animare il turbinio del vento concorre la danza dei panni stesi i cui moti adornano la delicata figura della lavandaia.
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