QUARTA PUNTATA
Ormai gli elettori danno fiducia a tempo
Il sociologo della comunicazione Massimiliano Panarari: un cittadino che non vota non esercita un diritto, ma disattende anche un dovere costituzionale
Se si votasse con un click, forse gli astenuti diminuirebbero. I cittadini, abituati alla velocità social, hanno fretta di ottenere soluzioni ai loro personali problemi concreti, perdendo di vista il quadro generale. A parlarne è Massimiliano Panarari, sociologo della comunicazione all’Università di Modena e Reggio Emilia.
Professore, qual è la situazione dell’astensionismo in Italia e perché è così preoccupante?
«L'astensionismo è fisiologico in Paesi come quelli anglosassoni, dove il voto viene visto sempre e solo come scelta individuale. La preoccupazione che in Italia, giustamente, si è diffusa è figlia del passato del nostro Paese. Nel corso della Repubblica dei partiti, ovvero fino al 1994, si registrava un tasso di mobilitazione molto elevato, uno dei più alti di tutto il continente europeo. Il distacco dal voto è uno dei segnali più rilevanti di un allontanamento dei cittadini rispetto alla vita pubblica. La sfiducia nel funzionamento dei partiti sembra inarrestabile e si allarga ormai alle istituzioni tutte. Questo è un dato allarmante».
Ci sono differenze di partecipazione tra le varie tornate elettorali?
«Negli ultimi anni i numeri degli astenuti si sono uniformati. Fino a poco tempo fa le elezioni amministrative costituivano un momento di maggiore partecipazione, perché i votanti conoscevano di più i candidati e chi si proponeva aveva ben chiare le esigenze dei cittadini. Già solo questa vicinanza creava maggiore interesse: il peso esercitato come elettori si percepiva di più. Parlo al passato perché la situazione ora è cambiata. Anche alle Amministrative, in particolare alle Regionali, l’astensionismo continua a correre».
Di fronte ai numeri dell’affluenza alle urne, si parla spesso di “partito dell’astensionismo”. Ha senso dare questa definizione?
«La definizione di partito dell'astensionismo è troppo generale e tende ad accomunare decisioni diverse. Se si intende una scelta di protesta rispetto all'offerta partitica esistente ha un senso, ma le motivazioni sono differenti».
Quali sono queste motivazioni?
«Bisogna partire dal fatto che c’è una tendenza all'ipersoggettivizzazione: l’elettore oggi non appartiene a una classe sociale di riferimento, a un’ideologia, a un corpo medio (associazioni, attivismo, riunioni, ndr). L’individuo non cerca più qualcuno che rappresenti queste categorie, ma risposte concrete ai problemi dell’esistenza quotidiana. Non trovandole, non si “affeziona” a un partito e spesso finisce per non andare a votare. La politica che aveva fornito risposte alle esigenze dei cittadini non è più considerata in grado di rappresentarli e risolvere i loro problemi».
Ci sono delle tecniche messe in atto dai politici per affrontare queste nuove esigenze?
«Il leader promette risposte specifiche che motivano ad andare a votare, anche se spesso sono difficilmente mantenibili. Ma la persona dà “fiducia a tempo”: il politico riesce a prendere voti per una proposta specifica, ma se quell'aspettativa viene delusa, ci si rifugia nell'astensionismo».
Possono esserci altre ragioni per cui non si vota più?
«La crescita della scolarizzazione. Il fatto che le persone siano più istruite fa loro pensare di non avere bisogno di qualcuno che le spinga a votare. Chi è istruito ha gli strumenti per giudicare l'offerta partitica, ne riconosce lo scadimento e sceglie di non scegliere “il meno peggio”. Piuttosto non vota. Un altro fattore che sfiducia l’elettore è la rete, dove trova teorie in cui il mondo politico è fatto sempre e solo di sfruttatori. Infine, parte dell’elettorato più anziano, cresciuto nella Repubblica dei partiti, non si riconosce nell’offerta oggi esistente perché non la trova abbastanza radicalizzata. Questo, per contro, può accadere anche nelle giovani generazioni, sempre più istruite e pratiche con la tecnologia. Lo stesso vale per i giovani che si mobilitano, penso per esempio alle piazze Pro Pal».
La mobilitazione delle piazze Pro Pal è stata ampiamente attenzionata dall’informazione. Come influisce il mondo della comunicazione che evolve sulle scelte di voto, o di non voto?
«Spesso alcuni media alimentano il disinteresse nei confronti della politica. Nello specifico di alcune elezioni, non favoriscono nelle persone l'idea di andare a votare. Partendo dai social, che propongono verità alternative per sfiduciare gli utenti o per scagliarsi contro il “sistema”. Anche la stessa struttura delle piattaforme produce frammentazione. Ognuno esprime le proprie esigenze particolari e pretende di trovare offerte elettorali che collimino perfettamente».
Anche in questo caso prende il sopravvento l’individuo sul gruppo...
«Esatto, il confronto è solo virtuale. A questo, si unisce il fatto che la comunicazione social ci abbia abituato a un’accelerazione, al “tutto e subito”. Siamo sempre meno disponibili a dedicare tempo ad attività legate alla vita pubblica. Votando, deleghiamo al leader la risoluzione di un problema personale. Se non veniamo soddisfatti in fretta o se le aspettative vengono deluse, non votiamo più. Ma la politica richiede tempi lunghi per le decisioni, e non è compatibile con risposte istantanee, come quelle che ci dà la rete».
Preso atto che anche il dato degli astenuti sembra crescere sempre più velocemente, ha ancora senso parlare di democrazia con questi numeri?
«Dal punto di vista formale e delle procedure sì. Una parte dell’elettorato va a votare ed elegge delle persone. I criteri di democrazia rappresentativa dettati dalla Costituzione italiana sono rispettati. Il nodo problematico è l'esito. Si genera un cortocircuito di rappresentatività. Chi va al Governo, come chi sta all'opposizione, rappresenta quote che, con la crescita dell'astensionismo, sono sempre minori».
Sembra esserci un circolo vizioso: la Costituzione che viene rispettata prescrive, però, il diritto di voto...
«A questo proposito c'è un elemento da evidenziare: per la Costituzione il voto è un diritto-dovere, di conseguenza l’astensionismo è un dovere disatteso. I cittadini scegliendo di non votare non assolvono una responsabilità individuale e si rendono artefici di una crisi di rappresentatività».
La quarta puntata dell’inchiesta “Voto perduto” sulla Prealpina di sabato 31 gennaio in edicola e disponibile anche in edizione digitale
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