L’ESPOSIZIONE
Pavia, la perla preziosa del Rinascimento
Un grande mostra allestita ai Musei Civici del Castello Visconteo. Dal Museo di Capodimonte arrivano i sette giganteschi arazzi
Una battaglia lampo, quella che avvenne a Pavia il 24 febbraio 1525: una manciata di ore di combattimento in cui le truppe imperiali di Carlo V, grazie all’uso delle armi da fuoco, sconfissero l’esercito di Francesco I di Francia. Quella data ha segnato una cesura negli equilibri europei e la fine di un periodo di grande splendore per la città lombarda. In occasione dei 500 anni da questo avvenimento, una grande mostra è in corso al Castello Visconteo di Pavia per ripercorrere a ritroso la stagione luminosa che precedette lo scontro, decenni in cui la città era stata un crocevia politico e culturale tra l’Italia e il Nord Europa e un laboratorio della migliore arte del tempo. Gli anni del dominio sforzesco sono ricostruiti attraverso dipinti, disegni, stampe, sculture (a Pavia erano attive le botteghe dei De Donati – cui è attribuito il celebre Presepe di Trognano del Castello Sforzesco di Milano e di Giovan Angelo Del Maino, di cui è esposto un capolavoro come il Compianto di Gambolò), codici miniati, cinquecentine e preziosi esempi d’arte decorativa giunti qui da importanti collezioni pubbliche e private, italiane e straniere. A conclusione del percorso espositivo una sezione (curata da Carmine Romano e Mario Epifani) è dedicata alla straordinaria serie di sette giganteschi arazzi (1528-31) del Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli, tessuti nella manifattura fiamminga di Jan e Willem Dermoyen su disegno di Bernard van Orley, che raccontano in presa diretta i momenti cruciali dello scontro. Il comitato scientifico, presieduto da Annalisa Zanni, è composto dai più importanti studiosi del rinascimento lombardo, Francesco Frangi, Pietro Cesare Marani, Mauro Natale e Laura Aldovini, direttrice dei Musei Civici di Pavia, che abbiamo incontrato.
Direttrice, questa storia (e il percorso espositivo) finisce con la battaglia di Pavia. Come inizia?
«La mostra vorrebbe seguire un andamento cronologico, però con qualche licenza: l’incipit è rappresentato dalla Pala Bottigella di Vincenzo Foppa, che è un po’ il simbolo della Pinacoteca, e che viene messa in dialogo con il ‘maestro’ dell’arte lombarda del Rinascimento, Donato de Bardi, attivo soprattutto in Liguria che, tuttavia, nella grande Crocifissione di Savona, si firma orgogliosamente «papiensis», pavese».
I cantieri del Duomo e della Certosa…
«Alcune sale sono dedicate al cantiere della Certosa sotto Ludovico il Moro, con dipinti di Bergognone, Zenale e Jacopino de Mottis, sculture in marmo, codici miniati del Maestro dei Graduali di San Salvatore e i dossali dei De Donati da San Francesco. Per la cattedrale, che i pavesi volevano “più bella di Santa Sofia di Costantinopoli”, furono chiamati Leonardo nel 1490 (del maestro toscano presentiamo cinque disegni, tre dell’Ambrosiana e due delle collezioni reali di Windsor), e Bramante, di cui esponiamo la Stampa Prevedari, datata 1481 che è il ‘manifesto’ di tutte le innovazioni architettoniche da lui portate in Lombardia».
Qualche acquisizione particolare…
«La ricomposizione del polittico di Bergognone (sottoposto ad analisi diagnostiche finanziate dalla Fondazione Bracco), riunito prima d’ora solo nel 1958 da Roberto Longhi, e quella (parziale) del polittico di Perugino per la Certosa. Tra le novità anche una lastra di rame con incisa la battaglia di Pavia, che si è conservata perché riutilizzata come supporto di un dipinto a olio su rame; e una spettacolare pala d’altare di Giampietrino, che non si vedeva da quasi 30 anni, proveniente dalla stessa chiesa di San Marino da cui viene il coro ligneo, altra importante acquisizione».
Arriviamo infine agli arazzi che chiudono il percorso…
«I sette arazzi dedicati alla battaglia di Pavia costituiscono un’opera monumentale, lunga quasi sessanta metri e alta più di quattro. Sono davvero spettacolari, sia per la perizia tecnica, sia per il soggetto raffigurato: di solito si rappresentavano temi tratti da soggetti sacri, o dalla storia antica. Questi invece illustrano, con dovizia di dettagli e una narrazione che possiamo definire “cinematografica”, un episodio di storia praticamente contemporanea! Una sorta di “comunicato stampa” preziosissimo anche per gli studiosi».
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