SUL PALCO
Serena Rossi, in SereNata canto Napoli, mio amore
«Nata come cantante, ero incerta tra musica e recitazione, Sironi è stato il primo regista a dirmi che il mio mestiere era l’attrice»
Dallo schermo ispira simpatia. Se, chi lavora quotidianamente con lei dice: «Noi l’adoriamo», significa che l’impressione è giusta. Merito della napoletanità certo ma Serena Rossi ci mette tanto del suo. Anche nel rendere omaggio alla città natale. Lo fa con SereNata a Napoli, di scena il domani, giovedì 16 aprile, in un Teatro Arcimboldi sold out.
Interpretare brani della tradizione partenopea non fa tremare i polsi?
«Sono consapevole di misurarmi con un repertorio straordinario, canzoni poesie, tra gli autori ci sono Salvatore Di Giacomo e Gabriele D’Annunzio. Mi sono avvicinata a questo mondo a me caro con il massimo rispetto cercando di mettere la mia popolarità al servizio della causa. Vorrei che questa musica arrivasse anche ai giovani».
Nell’album propone 14 canzoni, dal vivo una ventina. La selezione è stata difficile?
«Il momento più faticoso. Le vittime illustri non mancano. Escludere I’ te vurria vasà sarebbe lesa maestà se la mia fosse un’antologia. La scelta è invece legata a temi e momenti di uno spettacolo che va oltre il concerto. Canzoni, ricordi e pensieri si alternano seguendo un copione che non esclude l’improvvisazione».
In scaletta ha Tammurriata nera, canzone che James Senese giudicava razzista. Lei la definisce inclusiva. Perché?
«Parla di bimbi neri, figli della guerra, nati dopo l’arrivo dei soldati americani. Massimo rispetto per James Senese, che oltretutto abitava nel mio stesso quartiere, Miano, ma c’è un passaggio, “addò pastin’ ‘o grano, ‘o grano cresce”, cioè dove pianti il grano, il grano cresce, che autorizza a parlare di testo inclusivo, come lo è Napoli, città che accoglie e abbraccia».
Nessuna speranza di ascoltare un giorno tra i bis L’ammore overo, irresistibile versione vesuviana di What a feeling?
«La Fatima di Ammore e malavita dei Manetti Bros ha degli estimatori, lo so. Per il momento però “Ciro che c’è?” stile Flashdance mi limito a cantarla in camerino».
Restando in tema di amore, a tanti Un posto al soleha cambiato l’orario di cena. A lei qualcosa in più?
«Ha rivoluzionato la mia vita professionale e sentimentale. Devo al personaggio di Carmen Catalano il lancio nel mondo dello spettacolo e a Un posto il sole l’incontro con Davide Devenuto, poi mio marito e papà del nostro Diego. Interpretava Andrea Pergolesi. Quando ho incominciato a girare, ero ancora una studentessa del liceo linguistico, passavo direttamente dalla scuola al set».
La sua Mina Settembre come si sarebbe comportata con la famiglia nel bosco?
«Risposta difficile. Mi limito a segnalare con soddisfazione i tanti messaggi ricevuti da assistenti sociali che ringraziano perché Mina Settembre fa capire che sono molto diverse da chi le crede votate a strappare a tutti i costi i figli ai genitori».
Il rapporto con Milano?
«Buono ma non così forte come quello di mio marito. A lui piacerebbe se ci trasferissimo, a me, pur essendo affezionata a Milano, basta sentirla come casa quando a teatro mi accolgono con maglie, bandiere e sciarpe del Napoli».
Tra i registi che l’hanno scelta per tv o cinema figurano Alberto Sironi, di Gallarate, Max Croci, di Busto Arsizio, e Giacomo Campiotti di Varese. Come si è trovata con loro?
«Ottimamente. Con Sironi ho lavorato a inizio carriera, per poi ritrovarci più tardi. Nata come cantante, ero incerta tra musica e recitazione, lui è stato il primo regista a dirmi che il mio mestiere era l’attrice. Di Croci ho un ricordo dolce, com’era lui, e doloroso perché non è accettabile andarsene a soli 50 anni. Campiotti è una forza della natura, un trascinatore, un caterpillar».
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