L’ANALISI
Stop ai social? No, genitori più vicini
Il disagio giovanile non si combatte solo con leggi proibizioniste
La Palma d'oro al Festival del cinema di Cannes del 2003 fu vinta da un film dal titolo enigmatico, “Elephant”, diretto da Gus Van Sant e ispirato alla strage di Columbine del 1999. Due studenti, senza un apparente motivo, entrano nel proprio liceo e, armati fino ai denti, massacrano decine di coetanei. Il film, che segue al vittime e carnefici fino al momento fatale, è uno spaccato allucinante della realtà giovanile che evita la retorica del ghetto, concentrandosi su ragazzi qualsiasi, provenienti da contesti sociali che ci piace definire normali.
E il racconto, freddo e spietato, è quello di una generazione vuota, annoiata, priva di interessi e, soprattutto, di entusiasmo. L'elefante del titolo richiama al detto dell'elefante nella stanza, quella presenza evidente che nessuno ha il coraggio di nominare. In questo caso, la presenza è un'assenza, quella degli adulti, genitori, istituzioni scolastiche e quant'altro. Coloro cioè che dovrebbero dare delle linee guida a questi ragazzi per affrontare la realtà e gestirne angoli e spigoli.
Indifesi come sono, i giovani si abbandonano a quello che trovano e c'è purtroppo anche chi ricorre alla violenza, sia essa bullismo o autolesionismo o, addirittura, una strage che non ha alcuno scopo reale.
Era il 2003 e da allora la situazione è peggiorata: basti pensare che negli Stati Uniti nell'ultimo decennio si sono verificati oltre 150 episodi di sparatorie all'interno delle mura scolastiche e la violenza fra i giovani, anche psicologica, è in preoccupante aumento.
Se oltreoceano si parla della diffusione della armi, stiamo purtroppo scoprendo che questi fenomeni si verificano anche da noi, dove non è possibile andare al negozio sotto casa e comprarsi un mitragliatore. Nel giro di pochi giorni abbiamo assistito all'accoltellamento di una insegnante da parte di uno studente e all'arresto di un ragazzo di 17 anni che stava organizzando proprio una strage a scuola, ispirato da un gruppo neonazista su Telegram, ma la sensazione è che siano solo la punta di un iceberg enorme.
E qui arriviamo all'elefante nella stanza del presente, ovvero i social, la rete, quel mondo parallelo nel quale i ragazzi entrano e spariscono. Se, insomma, oltre 20 anni fa il problema era l'assenza dei genitori, essi stessi, invece di trovare una soluzione aumentando la propria presenza, hanno spedito i loro figli ancora più distanti da sé, aprendo loro le porte di un paese dei balocchi che li affascina esponendo però le loro menti impreparate a condizionamenti di ogni tipo.
Ora i buoi sono scappati perché gli adulti hanno dovuto forzare se stessi per comprendere quel mondo nel quale, al contrario, i giovani sono nati e cresciuti. Tentare di dar loro linee guida su come gestirlo sarebbe come se il passeggero spiegasse l'auto al progettista. E non basterebbe neppure smettere di produrre l'auto, ovvero togliere i social ai ragazzi, perché, come racconta la storia, le stragi c'erano anche prima.
Forse sarebbe un primo passo la presa di coscienza da parte dei genitori che devono affrancarsi dall'essere ingranaggio del meccanismo produttivo e rassegnarsi all'idea di sacrificare la propria smania di affermazione personale per essere più vicini ai propri figli che non sono il cane di casa che porti a fare i bisogni quando torni dal lavoro.
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