LA MOSTRA
Il liberty esplora l’enigma umano tra dolore, silenzio e piacere
Il trittico di Giorgio Kienerk è una delle grandi opere in mostra a Brescia. Il restauratore Damiano Spinelli è intervenuto sulle tre tele
Tre ammalianti figure femminili, diversamente atteggiate per simboleggiare rispettivamente il Dolore (una donna dallo sguardo sofferente ripiegata su se stessa), il Silenzio (una figura immersa in uno sfondo blu intenso, isolata da un cerchio luminoso, che porta le mani sulla bocca e ha un teschio ai suoi piedi) e il Piacere (una giovane con i seni scoperti, dall’espressione dolce e sensuale, immersa in un giardino di rose): sono i tre pannelli che compongono un trittico intitolato L’enigma umano, realizzato nel 1900 Giorgio Kienerk in una fase della produzione artistica del maestro toscano dominata dalla curiosità verso correnti esoteriche e teosofiche. Il trittico rappresenta una riflessione sull’ansia e l'inquietudine dell'essere umano e della società di inizio Novecento, preannunciando la Prima guerra mondiale che segna la fine del Liberty. Le tele, poste a conclusione del percorso espositivo proprio perché anticipatrici di un nuovo modo di sentire, prima di arrivare in mostra sono state restaurate nello studio bresciano di Damiano Spinelli, che abbiamo incontrato.
Siamo abituati a pensare al restauro delle opere antiche, perché intervenire su un dipinto del Novecento?
«Il restauro delle opere contemporanee è molto più diffuso di quanto si immagini. In generale, l'arte contemporanea, essendo più “sperimentale”, subisce anche un degrado più rapido, poiché si utilizzano procedimenti innovativi e si tende a sperimentare sui materiali. Gli artisti cominciano a utilizzare colori già pronti, senza prepararseli personalmente e soprattutto si introducono leganti a base di resine di nuova invenzione, con reazioni meno stabili rispetto, ad esempio, a un olio antico che ha una stabilità consolidata nel tempo e nota in anni di ricette di botteghe dei pittori. Inoltre, mentre la maggior parte delle opere antiche ha subito precedenti interventi di restauro, quelle di arte moderna, tra fine Otto e inizio Novecento, capita che non siano ancora state restaurate. Ogni opera è un mondo a sé, bisogna entrare in questo mondo in punta di piedi… »
Che tipo di restauro ha effettuato sul trittico di Kienerk?
«Si tratta di tre tele che, pur essendo state concepite come un’opera unica, hanno poi vissuto vite differenti. Per questo presentavano problematiche diverse. Mentre il Dolore e il Piacere, che sono le due esterne, sono rimaste praticamente sempre nello studio dell'artista, il Silenzio venne presentato alla Biennale veneziana del 1901 e ad altre mostre internazionali. Kienerk portò con sé il trittico a Pavia (dove fu direttore della Civica Scuola di Pittura) e in seguito lo vendette al collezionista Giuseppe Cortese, dal cui legato testamentario pervenne ai Musei Civici, nel 1960. Non si sa in quali anni, un restauratore è intervenuto sulla tela del Dolore, sostituendo - solo in alcune parti del perimetro - le puntine da disegno originali con cui la tela era stata fissata al telaio con dei nuovi chiodi creando forti disomogeneità nel tensionamento. In diversi punti si erano create delle deformazioni della tela, pieghe sottili che correvano in orizzontale. Sono intervenuto per riconferire la giusta planarità e il giusto tensionamento al dipinto. Fortunatamente, invece, la pellicola pittorica era in buono stato di conservazione».
Come è intervenuto in questo caso?
«La vernice non era ingiallita ma soprattutto era la vernice originale stesa da Kienerk; quindi, filologicamente bisognava cercare di non alterarla o rimuoverla. Ho effettuato una pulitura acquosa superficiale per liberare la vernice dallo sporco e un intervento estetico di stuccatura delle lacune con un impasto di gesso e colla e un ritocco con dei colori a vernice, nell'ottica del minimo intervento, una prassi attuata per l’arte contemporanea, per cui si fa il massimo possibile senza alterare le caratteristiche del dipinto. Inoltre, a differenza del restauro di opere antiche, per il contemporaneo la tendenza è realizzare un ritocco più mimetico possibile, per cui l’intervento, sebbene riconoscibile, non deve essere visibile».
Cosa ha significato lavorare su queste opere?
«È sempre una grande emozione trovarsi a diretto contatto con la tecnica e la materia dell'artista, senza altri interventi precedenti. A differenza di altri suoi contemporanei, ad esempio di Cesare Tallone (avevo anche una sua opera in laboratorio) che usa una materia grassa e spessa, Kienerk lavora con un materiale sottilissimo, tanto che si intravede il sottostante disegno a matita».
Un po’ come entrare nello studio dell’artista e vederlo all’opera…
«Certo, bisogna capire le scelte dell’artista e non interferire con la sua volontà. Tra Otto e Novecento le verniciature spesso non interessano l’intera opera ma solo dei dettagli, ad esempio si usano per esaltare la lucentezza di un manto, lasciando il resto più opaco. Insomma, il restauro è sperimentale, necessita di tantissime prove e tantissimo studio».
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